Siamo abituati da tempo a vedere l’arte in modi sempre più bizzarri, insoliti, attraverso nuovi canali, tecniche e tecnologie, utilizzando oggetti poveri e di uso quotidiano come sofisticati, e ognuna di queste forme aggiunge vastità e crea valore, street art compresa nonostante le apparenze (vedi la recente querelle sul diritto d’autore di Bansky). D’altronde non c’è limite né frontiera alla creatività e ai molteplici effetti espressivi ed emotivi così come al loro valore. C’è un’artista che in tutto questo irrompe con la sua ricerca di una via personale, di un senso alla propria inquietudine che diventa una piccola, disarmante rivoluzione: il dono.

Ma partiamo dall’inizio.

“Ho avuto una mamma molto creativa, era una sarta che faceva le marionette dell’asilo, per cui da bambina per me era una cosa naturale trafficare con carta, forbici e disegni invece che con le bambole”. Come spesso accade, poi, i vincoli e gli impedimenti ottengono effetti contrari. “Le elementari le ho fatte dalle suore che spesso ci punivano facendoci saltare le materie che a noi bambini piacevano di più: ginnastica e arte, così quando alle medie scoprii di avere a disposizione due ore dedicate all’educazione artistica ero felicissima” e l’aiuta a delineare chiaramente quello che avrebbe voluto diventare.

“Al liceo artistico e all’Accademia a Milano ho trovato persone che hanno saputo soffiare e modellare, non solo insegnare ad usare gli strumenti. Insegnare a saper osservare, a saper sviluppare un pensiero”.

Con la frequentazione di altri artisti, dopo aver assorbito bagaglio, comincia ad affiorare la prima esigenza legata al bisogno di una propria identità artistica, di riconoscibilità con sé stessi e la propria forma. Comincia a dipingere e a vendere le sue opere per poter viaggiare, altra forte (inevitabile?) necessità che scavalca il personale alla ricerca di una nuova frontiera, con l’ansia di vedere cosa c’è al di là, di scoprire, di imparare e legare, assorbire, collegare.

“Si dice sempre che un’artista deve trovare il suo stile, il suo percorso e questa cosa mi ha fatto sempre paura perché lo legavo alla conseguenza di fare sempre le stesse cose, ed era quello che sentivo dipingendo: creavo opere belle, leziose ma che non dicessero nulla di particolare“.

Ma non è solo questo. Non si tratta solo di un’esigenza di originalità e distinzione nel senso prettamente figurativo. Come spesso accade (se non sempre) nelle faccende della vita, una scelta è frutto di una complessità, di una moltitudine di aspetti che sgomitano per essere anche loro in concorso, per i quali la scelta diventa un modo di mapparli, collegarli, di dar loro un senso… di risolverli.

E la scelta di Stefania diventa l’abbandono.

“Ho pensato di abbandonare l’opera, di donarla avendo trovato il mio filone che mi consente ogni volta di cambiare ma di essere riconoscibile attraverso il dono e il collegamento con il luogo dove lo lascio”.

In un mondo dove chiunque si cautela e cerca di sfruttare al massimo le proprie arti, per qualcuno potrebbe sembrare una bestemmia; per qualcun altro una rivoluzione. Dolce.

“In questi anni la street art ha un po’ rivoluzionato le cose: l’arte non è più solo nelle gallerie o nelle case di chi se la può permettere ma diventa di tutti. Questo è un aspetto che mi interessa”.

Già. Anche la stessa forma da tempo non è più limitata a standard di alcun tipo. Un muro come una tavoletta o argilla come cartone ondulato, metallo come asfalto… e non solo per necessità artistiche.

“Voglio lavorare molto sull’incisione anche perché è riproducibile e quindi rende l’arte più popolare, più accessibile. Mi piace creare qualcosa non solo per gli addetti ai lavori. Anche l’abbandono stesso lavora sul rapporto tra spettatore e opera d’arte, cercando di farlo più intimo.

Mi piace questo aspetto ‘politico’ per rendere l’arte più accessibile, fruibile a tutti. L’arte deve nutrire chiunque”.

E deve stabilire legami, il più intensamente possibile. Un messaggio apparso ben chiaro a chi ha avuto modo di conoscerla ad una delle serate di Belfiore 9, incontri organizzati in case di persone messe a disposizione di un manipolo di artisti e del piccolo pubblico che può esservi ospitato, creando un contenitore dove non potevi essere più ‘dentro’ di così a quello che vedevi e – appunto – vivevi.

“Il rapporto con lo spettatore nel mio caso è casuale: l’opera può capitare nelle mani di un esperto d’arte come in quelle di una persona totalmente inesperta ma a me interessa il legame che si ha con quell’oggetto, che diventa molto più intenso rispetto a vederlo appeso in un museo e questo rapporto ti porta ad amare maggiormente l’opera, ad averne un rapporto intimo e personale”.

Abbandono. Di un’opera che può essere in qualsiasi forma. Per nutrire, per stabilire un rapporto. D’accordo, ma in quale posto? A questo punto viene naturale chiedersi se anche il “dove” ha una sua importanza.

Qui (come anticipato) la faccenda si complica ulteriormente. Alcune opere sono pensate in relazione a un determinato luogo (come per esempio i diorami lasciati nei pressi della Biennale di Venezia), tant’è che Stefania ne ha molte in attesa di potersi recare in quelle destinazioni. In altri casi dipende dalla relazione con il viaggio e con, in un certo senso, il caso.

Un elemento chiave è il libro di Tiziano Terzani che lei predilige, “Un indovino mi disse”. A lui un indovino predisse che se avesse preso un aereo in un determinato anno, sarebbe morto. “Come faccio a non prenderlo che faccio l’inviato in Asia?” È stata la prima immediata perplessità, ma poi si è detto che poteva essere una buona occasione per vivere in maniera diversa: non prendere gli aerei, non tanto per paura della previsione ma per cogliere l’opportunità di vivere in maniera diversa, così non prende più aerei ma treni, pullman e altri mezzi; a volte non arriva in tempo in un luogo dove doveva arrivare ma nel contempo si trova in un altro posto dove accade qualcosa e quindi a volte si trova ad essere in anticipo. Saper cogliere le opportunità è uscire da uno schema che è il tuo schema, entrando ancor più nel momento, nel luogo, nella situazione. E raffigurarla, imprimerla sulla pellicola a testimonianza dell’insieme, non a caso e avendo anche un certo scrupolo.

“L’arte contemporanea può spiazzare, può facilmente non essere capita (per esempio, la merda d’artista di Piero Manzoni) se non sei un esperto, se non la segui da tempo… spesso gli artisti stessi non spiegano, talvolta eludono dicendo che è aperta l’interpretazione a tutti ma è troppo semplicistico, devi filtrare, devi dare una spiegazione. Le persone devono poterne godere, devono poterla capire”.

Le fotografie di Stefania sono volutamente ‘secche’, puramente descrittive, rappresentano un istante, non hanno l’intento di essere belle ma di testimoniare quella volta che ha lasciato quel lavoro in quel determinato posto. “Se pensi a Instagram, alle immagini meravigliose che ci trovi, beh io ho preso un’altra strada: la verità senza fronzoli. La fotografia mi piace molto soprattutto con le macchine analogiche ma non l’ho studiata, l’artista completo deve utilizzare le tecniche che conosce in base al messaggio che vuole dare, non avrebbe senso che dipingessi l’attimo in cui lascio”.

L’abbandono diventa una performance (parola magica che racchiude tutto) documentata: la preparazione degli oggetti, la scelta che sta nel girare la città e il saper riconoscere un personalissimo e arbitrario “genius loci” – la magia di un luogo -, abbandonare e scattare la foto.

I primi li ha donati in Nepal, alcuni piccoli quadretti di paesaggi lasciati alle porte dei templi buddisti, poi a Sarajevo, Mostar, alla biennale di Venezia, in Israele, a Berlino, in Croazia…

Quelli di Gerusalemme erano semplici acquarelli fatti direttamente in viaggio, con pieghe a creare origami e tornano sempre nel punto di partenza con un effetto eterno, con due frasi “Dio è uno ma ha molti nomi” e l’altra “Dio è uno ma parla tutte le lingue”. “Continuavi a girare questo libro e non finiva mai e in un luogo patria di tre religioni lo trovavo adeguato; poi abbiamo collegato le parole con la situazione: siamo andati a vedere la tomba di Schindler e abbiamo abbandonato uno di questi “libri eterni” con la pagina aperta sulla scritta “Many names”.”  E ancora: “Abbiamo lasciato un lavoro su una struttura di Calder e a Israele ce n’è una, un grandissimo “stabiles”, la luce cadeva sulla scultura e creava mille rossi diversi e il libretto aveva anch’esso tante gradazione di rosso, con scritto “Dio è uno” in simbiosi con la scultura che era un elemento solido, non frammentato… perfetta.”

Sarajevo.

“Quando abbiamo visto dall’alto la vallata dove è adagiata la città abbiamo capito la situazione”. Nel punto di arrivo della pista da bob divenuta un triste simbolo di una fratellanza persa lascia un abbandono. La cruda forza di queste immagini è la forza della performance. A Mostar trova un palazzo ancora fortemente segnato dalla guerra dove i ragazzi hanno dipinto molti graffiti. Avevano colorato di rosso i segni dei proiettili e quella collocazione accende una fiammella piccola quanto potente.

Il dono d’arte n.128 è stato abbandonato a Mostar in Bosnia ed Erzegovina nell’agosto 2017.

E non finisce qui. L’idea che l’arte debba essere il più possibile vissuta da chiunque la desideri la spinge a realizzare un altro progetto, l’Artoteca.

“Ogni 45 giorni i quadri si prestano, come fossero libri o film; mando una newsletter con le opere disponibili e per quel periodo il quadro e l’opera sta in casa delle persone. A volte l’arte contemporanea spaventa; magari se la provi…“

L’ultimo suo lavoro è ispirato dall’affresco di San Bernardino che c’è a Caravaggio, il paese dove vive. “Partendo dall’incipit dell’affresco ho esplorato la vita di San Bernardino ed ho scoperto che ha fatto 45 predicazioni a Siena in piazza del Campo ed erano talmente attese che una specie di primo stenografo al mondo scriveva in diretta le sue parole per non perderne nemmeno una. Ne ho fatto 45 bombe di pace, delle ‘palle’ incartate di argilla con dentro dei semi, con il logo che riassume l’affresco di San Bernardino e il numero. Le spedirò a 45 blogger che le lanceranno e vediamo che succederà”.

Creare un’opera, con tutto quello che comporta, per poi lasciarla in un determinato posto, così, senza chieder nulla, senza sapere chi l’avrà e senza avere in cambio neppure un “grazie” non è una leggerezza. Probabilmente, è il compimento di un processo, lo sbocco finale, la completezza del perché… che sia il vero significato oltre lo stile? Che sia ciò che ti rende felice appieno e che è in grado di placare, mettere in riga, collegare e risolvere tutti i “concorrenti” di prima?

Sicuramente, donare è seminare. Seminare arte, seminare una via e una soluzione. In fondo, donare è una scelta politica.