Due volte Endurance.

Storie di ordinaria follia, coraggio e passione nelle gare di durata degli anni '70
Alberto Sala|11 Minutes

La distanza temporale è un concetto avvertibile in diversi modi. Nel campo delle competizioni motociclistiche può assumere aspetti grotteschi quanto drammatici; è quella situazione relativamente normale nella dimensione del qui e ora ma che, semplicemente lasciando passare una manciata abbondante di anni, diventa paurosa, straordinaria, folle, impensabile. In questo campo oltretutto (le competizioni motociclistiche) è presente in dosi massicce la passione più straripante: basterebbe anche solo questa a far lievitare gli effetti collaterali.

Con questo micidiale cocktail è facile arrivare a storie di ordinaria follia come quella di Raimondo Riva, Renato Pasini e Gino Carena in vista della 24 ore di Liegi.
1972, è il periodo d’oro dell’Endurance, con le principali marche motociclistiche impegnate direttamente a suonarsele per dimostrare al mondo non solo di aver partorito la moto più veloce ma anche la più solida e affidabile. Gare massacranti di 24 ore con due soli piloti per team (oggi impensabile, ma allora assolutamente normale), affrontate in qualsiasi condizione climatica e nelle quali il singolo pilota si deve sobbarcare la responsabilità della moto finché sta lungo il nastro d’asfalto.

La passione per queste gare massacranti è tanta e la Moto Guzzi V7 Sport ha dimostrato di andare forte.

Nel 1971 al Bol D’Or Vittorio Brambilla e Guido Mandracci arrivano sul podio. L’anno dopo, alla 500 km di Vallelunga Tino Brambilla e Cavalli sono splendidi secondi, dopo aver fatto segnare il giro più veloce. Al Bol D’Or sfiorano il colpaccio: dopo essere stati in testa per 18 ore, Riva e Mandracci sono costretti alla sostituzione del cambio. Alla ripartenza, Mandracci pesta giù il crapone a da decimo arriva quasi alla terza posizione a suon di record sul giro, per poi incappare in una spettacolare caduta: saranno comunque quarti alla bandiera a scacchi. Alla 500 km di Monza, Riva e Pierantonio Piazzalunga sono terzi solo per il tempo perso con il cavalletto in partenza (si erano dimenticati di toglierlo) e un’inspiegabile rallentamento negli ultimi giri.

Insomma, in sella al bolide di Mandello si può vincere e quel profumo fa gola a Mandello e dintorni.

In più, nel 1972 la V7 Sport gode di alcune evoluzioni: compare l’albero del 850 GT e le valvole maggiorate da 44/37: con la nuova coppia di cilindri e pistoni maggiorati ha in pratica già buona parte delle caratteristiche della futura Le Mans. E non ha paura di nessuno.

In piena estate c’è in programma la 24 ore di Liegi, sul circuito di Zolder. Raimondo Riva e Gino Carena si iscrivono all’ultimo momento e ricevono in extremis l’ok dagli organizzatori. Da qui è tutta una corsa per preparare la V7 Sport di Carena: affidata alle mani preziose di Luigi Agostini (già meccanico ufficiale squadra corse Moto Guzzi) viene pronta il mercoledì prima della gara, ma non c’è stato tempo di fare il rodaggio al banco.

Riva e Renato Pasini, collaudatore Moto Guzzi coinvolto nell’avventura, non ci pensano su due volte e montano luci, targa e marmitte di serie per rodare la moto direttamente lungo la strada per Zolder, all’incirca 1200 chilometri da farsi al volo.

È estate, fa caldo: Renato parte con un giubbettino bello leggero, del tipo di quelli che appena superi i 100 kmh comincia a svolazzarti lungo tutta la schiena. Alle porte del San Gottardo la temperatura scende e poco prima del tunnel compare la neve. Arrivati al circuito, Pasini si fionda a dormire in un metro cubo risicato di spazio con le galline sulla testa; la mattina dopo schivano il tentativo di fregatura sul conto della colazione grazie all’esperienza all’estero di Agostini e sono pronti per tentare il ricco premio di 10 milioni messo in palio dalla regina del Belgio.

E fanno sul serio. Comincia a piovere ma Riva non si fa impressionare e sin dalla prima ora (già, i turni all’epoca erano di un’ora secca a testa) è in testa. La V7 Sport è in configurazione 850 Le Mans e non ha nulla da perdere con gli altri bolidi. Fino a quando Gino Carena non riappare all’imbocco del rettilineo. Dov’è finito? Renato si precipita lungo il circuito a capire cosa è successo e lo trova subito appena dietro i box. La moto si è spenta e non riparte. Dopo una rapida diagnosi scova il fusibile responsabile, ma commette l’errore di cambiarlo lui stesso, ma è solo il pilota ad essere ammesso ad intervenire sulla moto. I commissari li sgamano con le mani bisunte e così la bandiera che si vedono sventolare davanti non è quella a scacchi ma quella nera. Fine della gara, ma non del circo: caricate le carabattole si torna subito a casa, e con tutta la stanchezza sul gobbo Renato lungo la strada del ritorno a momenti centra con il furgone un pilone della luce, svegliando l’equipaggio con una repentina quanto salvifica sterzata.

Tutto normale, appunto. Sono gli anni ’70.

1974, due anni dopo. Altra V7 Sport coinvolta, quella di Carlo Valsecchi. Che gusto lanciarla lungo la veloce superstrada Milano-Lecco… forse anche troppo: a Civate, al curvone presso il lago di Annone Carlo esagera e finisce sparato nel lago. Chiama il Pasini (ancora lui) per recuperarla, e tirandola fuori dal lago:

“Senti, ma perché non la usiamo per farci la 24 ore del Montjuïc con il Gazzola?”

Unico piccolo particolare: la gara è la settimana seguente. SI mettono subito al lavoro per preparare il motore a 850 con cilindri e pistoni Gilardoni nuovi e via per la Spagna! Anche stavolta con il consueto rodaggio via autostrada: suvvia, 1000 chilometri fino a Barcellona basteranno.
Sono passati due anni ma la verdona è sempre competitiva e i due non temono nessuno. In gara parte bene Luciano Gazzola, che conosce a fondo quel circuito tormentoso e difficile, ma anche Pasini non scherza, abituato alla fatica e al tormento delle gare in salita. La gara è massacrante, la moto scotta, è tutto un tira e frena, tira e frena, senza rettilinei, senza sosta. Dopo un primo inconveniente ai fili del gas (che all’epoca non godevano del Teflon), si accorgono che l’accoppiamento tra cilindri e pistoni non era stato fatto correttamente in fabbrica e si ritrovano a dover rabboccare olio ad ogni sosta, con conseguente perdita di tempo.

Riusciranno a concludere la gara, 24 ore e 24 chili d’olio dopo.

Il rodaggio su strada prima della gara diventò quasi un classico: Macchi e Riva alla 500 km del Mugello del 1976 hanno fatto il rodaggio per strada con il motore portato a 1000 di cilindrata. Rodaggio concluso ma non la gara, stavolta: alla San Donato Riva scivolerà mentre erano secondi. FIne della storia.