Corso Vittorio al sole, nell’ora di punta dell’uscita dagli uffici e dalla noia. Per correre come furetti furenti verso quell’altra noia catodica e i piatti caldi come questa estate che porta sole e gente ai murazzi la sera. Sono le sei ma siamo nelle giornate più lunghe dell’anno o forse la mia memoria infallibile vacilla e sono solo le quattro ed è maggio o luglio o settembre nero. Arrivo all’incrocio col lembo ultimo del Valentino e poi davanti ho di nuovo il Po a marcia invertita che è più un rito di passaggio che un luogo in questa capitale sabauda cloppetettante sui tacchetti amplificati ad arte. Si è sfasciato un tubo, una condotta, un qualcosa che pompa acqua nelle vene della metropoli e lo slargo è riempito da mezzo metro d’acqua furibonda. Un paralitico se ne rimane in mezzo al gorgo con le ruote affondate nel pantano e tutti sono sgomenti e quei vigili, chili di cerebro rubati dal barattolo dell’AB qualcosa, dirottano il traffico in un vialetto del parco che è strada chiusa e non sembra che si siano accorti del tipo che stringe le dita sulle ruote della carrozzella, i denti contro i denti e cerca di scampare al diluvio che tutti ci punisce ma lui lo fotte proprio. Dio è giusto. Giusto un po’. Sono in rara tenuta giacca e cravatta, capita con la cadenza delle eclissi totali o quando cambio lavoro.

Me ne rimango seduto sulla mia Guzzi, che in questa sede eviterò di celebrare con enfasi ma che è evidentemente un parto della volontà divina cui l’uomo ha aggiunto la vernice e i filetti dorati tirati a mano.

Il bicilindrico, badate bene che ho evitato di dire il mitico che di questa parola c’è manifesto e prolungato abuso, borbotta e tossicchia davanti a quell’acqua che sembra un modellino in scala delle tragedie di Po, delle acque invasate che invadono. Qui poi c’è pure puzza di merda. Mi affianca uno con un’Honda customizzata che mi guarda. Soprattutto la cravatta guarda questo qui e piega di rinforzo la faccia a ghigno. Memore dei guadi con Jeio, roba da dogma assoluto e fede incrollabile nella tecnica meccanica mandelliana, non degno di sguardo e dico vado. La prima strappa, anzi è la frizione che strappa mentre la prima entra con quel vezzo di certe volte di farsi sentire da tutto l’isolato.

E muovo tutto quel peso tronfio, quell’eccesso di trippa ferrosa e affondo con le ruote e non mollo il gas per non succhiare acqua con gli scarichi e sfioro il paralitico che mi guarda speranzoso e lo supero che ho la moto mica il pattìno del bagnino e raggiungo l’asciutto e vado oltre.

Nello specchietto, per tutto il tempo, mi è rimasto quello con l’Honda, a seguirmi fiducioso. La città, questa città, è una giungla e ci sono pure le sabbie mobili.