“Come sto?”

“T’ho visto meglio fratello. Diciamo che hai avuto giorni migliori.”

Stai come uno che s’è piantato nel fianco d’un furgone, di slancio, moto, tuta in pelle e bestemmia tutto insieme. Stai come uno che non ci posso credere che dopo milioni di pieghe al limite e staccate a spezzare la leva e a mettergli l’ansia addosso ai Discacciati flottanti fatti fare su misura, poi si pianta col botto in una fila lenta, allungata su una statale della Val Susa. Davanti al forte di Exile e davanti pure agli occhi di Boia che è amico tuo, ombra tua che ora prova la fottuta paura addosso di non sentirti parlare, di non trovare niente sotto la visiera. Davanti pure a altri occhi, che da copione diranno di non avere visto.

“Come sto?”

“T’ho visto meglio fratello. Diciamo che hai avuto giorni migliori.”

Stai come uno che era già un po’ che tirava i dadi e barava sulle caselle, mai per vincere, solo per andare un po’ più avanti del lecito. Stai come la migliore delle Gibson, la più cristallina delle Martin, la perfettissima tra le Fender nelle mani sbagliate. Nelle mie mani per esempio. Soprattutto stai per terra, con le labbra a un millimetro dall’asfalto e il fiato strozzato che appanna il catrame lucido. La puzza della benzina e della paura le senti anche oggi e le percepisco anche io, che tutti ogni tanto ci pensiamo. Giusto per poterci eventualmente dire poi “allora è così che arriva il dolore”. Con una guancia appoggiata all’asfalto in un lento appassionato con la puttana statale e il braccio a cingere… il braccio… già, il braccio.

“Dove cazzo è il mio braccio? S’è staccato? Non lo sento più:”

“Ce l’hai, ce l’hai. Ora però stai calmo che cerchiamo di sfilarti dalla moto, che te la sei parcheggiata sulla schiena e forse è meglio toglierla.”

Infatti, ne approfitto per svelartelo visto che Boia, con quella sua delicatezza che è marchio di fabbrica registrato, te ne ha fatto un accenno. Si sono invertite le parti e tra te e la Guzzi quello sotto sei tu. Se hai pazienza e devi averne fratello credimi, ora ti leviamo dalle ossa la bestia di ferro in agonia. Le hanno spezzato il filo della schiena, le hanno assestato una mazzata sulla fronte come si faceva coi tori. Da non crederci. Il telaio spezzato proprio sotto la sella e la forcella chiusa come la lama d’un tragico serramanico.

“Come sto?”

“T’ho visto meglio fratello. Diciamo che hai avuto giorni migliori.”

“E la moto.”

“Non ci pensare adesso.”

Quando arriva l’elisoccorso e ti imballano a quell’altro scemo dell’amico tuo gli scappa pure di sussurrarti a filo d’orecchio “guarda che culo, ora ti fai pure un giro con l’elicottero”. Non ho mai smesso di pensare che almeno c’era Boia che è tuo fratello e pure mio fratello e siamo una cazzo di famiglia scassa che non vince quasi mai.. E tu forse, mentre l’altro ti saluta, già dormi e t’hanno tagliato la tuta tua di pelle in strisce buone per farci le cinture da vendere l’estate sulla spiaggia di Riccione.

“Come sto” dici.. Stai come uno che non se ne fa una ragione. Tutta colpa del generale Custer e di quegli altri che ne hanno massacrati a mucchi di indiani e li hanno terrorizzati e piegati alla logica della riserva. E tu hai avuto la sfiga di incontrare uno di quella razza lì cancellata, che gira senza frecce. Te l’avrei voluta dire questa merda di battuta, giusto per farmi insultare e spostare l’ago del dolore ma l’elica già tira delle sberle di peso all’aria e ti sollevano.

Nella stanza del CTO ci arriva ridotto davvero una mappina. La testa gli rimane voltata da un lato e fermata da certi rivetti invisibili al cuscino. Il corridoio, l’ascensore, la camera, tutto pieno di noi razza randagia e incollocabile. E certe infermiere sorridono e certe s’incazzano e certe ci guardano con la rassegnazione di quando scruti oltre il vetro e fuori piove. E la sfilata nostra è cosa lunga e articolata. Quei corridoi, quelle scale e quell’ascensore, niente è pronto, psicologicamente attrezzato, per ricevere l’orda. In quei giorni ogni tanto me lo sono chiesto perché la maggior parte di noi è fuori taglia, troppo grossi, troppo goffi, troppo chiasso e troppa polvere sollevata. Un impasto di bestemmie, grasso, inchiostro, tatuaggi e segni sparsi e calli da chitarra e cicatrici gastriche da eccesso e fegati indonabili e moto parcheggiate fuori e femmine, tutte le femmine, inquadrate nei mirini nostri per cabrate improbabili che non faremo mai. Quasi mai.

E in lunga processione arrivano tutti e ognuno, in uno scontro titanico davvero, s’affanna a dimostrarsi il più imbecille. Un po’ perché imbecilli lo siamo, un po’ per mostrargli il culo alla malasorte.

Un pomeriggio Tommy e Andrea non riuscendo a montare una forcella la prendono di peso e dall’officina la portano pari pari al capezzale. Rispettosi dell’orario di visita ovviamente. Parcheggiano la Fiat 124 grigia con interni in finta pelle rossa, siamo nel 2007, e passano la reception sfoderando la faccia da culo migliore che conoscono. E quell’altro, col collo a tirargli la testa da un lato, a ringhiare la soluzione tecnica pregando di non sboccargli d’olio le lenzuola. E tutti, proprio tutti, vicino di letto compreso, a ridere come meravigliose teste di cazzo.

È una storia che non finisce bene e nemmeno male ma come per tutte le storie nostre è importante che soprattutto non finisca.