Joyside racconto l'ombra di mio padre

L’ombra di mio padre due volte la mia, lui camminava e io correvo…
A dire il vero l’ombra accanto a me, quella di mio nonno Romolo, aveva l’aria di essere abbondantemente oltre il rapporto uno a due. E io giusto l’ombra mi ricordo di quel nostro andare sotto un sole che la memoria non riesce a collocare ma che l’esperienza fa cadere necessariamente in agosto, che quella era la stagione in cui caricavamo armi e bagagli per una delle rare visite ai nonni. La casa sta ancora lì, col balcone che guarda il Tirreno. Quando nonno aveva smesso di andare per mare la sera si sedeva lì e guardava le barche passare e i mercantili giù in fondo e il tramonto che faceva il gradasso alle spalle dell’arco muto che ancora stava in piedi. Le case popolari costruite in pizzo alla villa di Nerone, in bocca alle pendiche, in uno scenario che ho vissuto e sento mio più per i racconti di mio padre che per averlo sentito davvero sotto i piedi. Ci sono tornato a Anzio a vederla la casa dei nonni. Dopo una serata romana in cui in un colpo m’avevano fatto un contratto per un libro e davanti a una pizza avevamo siglato un patto segretissimo io e Ste. La notte, salutati tutti, invece di prendere il raccordo verso nord e tornare a casa m’ero puntato sulla Pontina, quella maledetta strada che mio padre ogni volta cannava l’uscita e noi arrivati verso Spinaceto entravamo in tensione e gli contavamo i metri che mancavano e lui si incasinava sempre.

Mio padre si perdeva solo sulla strada di casa sua.

Ste in macchina dormiva. All’epoca avevo una sgangheratissima Ford Scorpio e quando l’ho svegliata eravamo lì, davanti al mare e davanti ai miei ricordi. Via Bengasi corre verso le sterpaglie e il mare parallela ai muri tisici di una caserma e poi c’è il bar da Ringo, che allora si chiamava così e ora non credo, con i cinturoni e i cappelli di un west in odore di Cinecittà appesi ai muri. Mio padre era bravo a scuola, parecchio bravo ma i mezzi di famiglia erano davvero limitati. Lui studiava e lavorava già da piccolo piccolo e la notte d’estate faceva il garzone sulle barche da pesca dei turisti e questi stronzi colla fiocina e la lampara riuscivano a infilzare solo le razze che se ne stanno immobili sul fondo. Toccava a mio padre, Peppino, bimbo d’un pugno d’anni, prendersi la briga di togliere quelle bestie dall’arpione e, per chi non lo sapesse, le fottute creature se le tocchi ti ficcano in corpo una scossa mica da ridere. I turisti invece si sbellicavano di quello schiavetto che saltava e gridava davanti agli occhi dei loro figli bambini.

Per un pugnetto di lire misere.

Alla fine per continuare a studiare gli restavano il seminario e l’esercito e lui ha scelto la seconda opzione e io guardando il muro crostoso della caserma che correva parallelo a casa sua mi sono sempre immaginato che con quella scelta gli era bastato scavalcare e andare da quell’altra parte, non la migliore delle parti di certo ma quello c’era. Comunque io quella notte sono arrivato di fronte a quel mare e ho deciso che volevo un figlio. Punto. Poi siamo andati al porto e in fondo in fondo, dove muoiono le voci e le luci, c’era ancora la baracca della grattachecca e me ne sono rimasto lì a vedere all’alba le barche che rientravano e mi sono ricordato delle reti ammucchiate sotto casa di mio nonno e lui ormai immobile nel letto che bestemmiava perché mia nonna voleva buttare tutto.

Ritorniamo a quell’ombra che è uno dei miei primi ricordi d’infanzia. Un caldo tremendo e io e nonno. Forse l’unica volta che ce ne andiamo in giro da soli. Camminiamo sulla strada verso il porto. Giorno di mercato. Giriamo per le bancarelle e io ho sempre avuto una fascinazione per i mercati e a un certo punto ci fermiamo davanti a uno che vende giocattoli. Ero stato addestrato a non guardarli i giocattoli. A non desiderarli. Con l’aria che tirava nei conti di casa nemmeno il desiderio ci si poteva permettere. Nonno parla con il tipo dei giocattoli, discutono animatamente. Non mi chiede niente. Ripartiamo verso casa. In ordine di apparizione il mare, la spiaggia, la striscia di asfalto, il sole, l’ombra di mio nonno resa enorme da quella roba lì che si era caricato sulle spalle. Un calessino rosso di metallo tutto perfetto e lucido, tirato da un asinello di gomma con la faccia che rideva e i pedali e le ruote cromate. Non osavo alzare lo sguardo. Non riuscivo nemmeno a pensarci che quell’attrezzo mi riguardasse. Nonno continuava a non parlare e con quella forza sua si portò il calessino in spalla fino a casa senza battere ciglio. Era famoso per la forza nonno. Al tedesco che faceva lo stronzo lo aveva ficcato nella vetrina del bar nonno. Aveva fatto le guerre e pure anni da ganzo in America nonno. I fascisti avevano una santa paura di nonno. Leggeva i libri, tutti i libri del mondo, con la lente nonno.
Insomma arriviamo a casa, nonno molla il calesse nel corridoio e dice a mio padre che quella cosa lì è per me. Nonno e papà si parlavano pochissimo. A me non dice niente. Sono impazzito. Non osavo nemmeno salirci. Soprattutto non ricordo come abbiamo fatto a caricare l’aggeggio e a riportarcelo a casa per seicento e rotti chilometri da emigranti.

Nella mia stanza il calessino la faceva da padrone, che c’era il letto, un tavolo, il pallone ancora doveva arrivare, e insomma a livello di arredamento tra casa mia e il riformatorio non c’era distanza. Però io mangiavo meglio, immagino. Passano i mesi e quasi ci parlo coll’asinello che ero ancora figlio unico e fuori c’era freddo e un dialetto difficile e l’asinello sapeva di quell’odore di alici che stavano nei barattoli sul balcone di nonno.
In quel tempo avevamo trovato un asilo di lusso, l’unico disponibile e i miei mi mandavano lì a fiato corto di busta paga. Per natale le maestre convocano tutte le mamme e i papà, per cui nel caso mio solo la mamma che il papà era mimetizzato in qualche bosco a fare la guerra fredda. Dice che tutti i bambini devono portare un loro giocattolo da dare a piccini meno fortunati. Mia mamma, povera donna che sapeva farci sentire in una favola di sapori e profumi con il poco che girava in casa, torna a casa e me la immagino che gira per le stanze e pensa “e ora cosa gli diamo ai bambini poveri”. Ci state arrivando da soli, lo sento. La mattina mi presento all’asilo con il calessino mio e le briglie erano state decorate con uno di quei festoni argentati che si mettono sull’albero di natale. Me lo ricordo che ero paralizzato da dolore. Ne avevamo parlato e non avevo più fiato e lacrime. Eravamo in una città nuova dove nessuno ci parlava e dove cercavamo una minima connessione sociale e quella storia dei bambini poveri rischiava di mandare tutto a rotoli facendoci perdere punti importanti.

Per giorni sono andato all’asilo e sono rimasto lì a guardare il mio asinello e il calesse e l’ombra di mio nonno sotto il fottuto albero di natale.

Per i bambini poveri mi ripetevo. Senza osare domandarmi quanto poveri si doveva essere per essere poveri.

Tutte le notti della mia vita mi sono addormentato con accanto un vecchio coltello con il manico d’osso smozzicato e arrugginito. Quello che nonno si era portato in tasca tutta la vita. Quando me l’ha dato di nascosto non avevo certo l’età per averci una lama ma ho giurato che quella non me l’avrebbero mai portata via. Prova a toccarla se non ci credi.