Anche per la seconda giornata ho previsto due percorsi alternativi, perlomeno per la prima metà. Uno scende lungo la val di Fassa per passare poi sotto alle Pale di San Martino di Castrozza, risalire verso Forno di Zoldo e da qui scendere a Longarone, per poi rialzarsi di quota costeggiando il Vajont, scivolare lungo l’alta Valcellina fino a Montereale, dove vivono una parte dei miei parenti, e infine raggiungere velocemente Pagnacco (Udine), il paese di Jeio. L’altro in sostanza è un’alternativa alla prima metà del percorso: anziché scendere a sud, taglia in perfetta linea orizzontale verso est attraverso il valico del Fedaia lambendo la Marmolada, la più alta vetta dolomitica.

Come per la scelta delle moto, mi riservo la decisione finale all’ultimo momento, in base anche all’orario di partenza. In entrambi i casi, di nuovo, la strada sarà un misto di percorso nuovo + un’eccellenza conosciuta: la Valcellina e il suo scorrevole turchese.

Il tempo si mette rapidamente al bello mentre scelgo,- con il Centauro scalpitante come un ronzino impaziente del galoppo quotidiano – il percorso a ovest, che tra l’altro è più breve, cosa che si rivelerà adeguata agli eventi.

Il sole raggiunge il fondovalle ancor fresco e umido e accende l’incanto di Alba e dei suoi dintorni, come a ricordarmi che è un peccato venirci solo d’inverno. Le serene varianti di verde squillano come fringuelli aiutando la sana distensione del sorriso mattutino, peraltro ben predisposto dalla gustosa colazione e dallo stato in movimento. Non riesco a staccarmi da Alba di Canazei per più di due chilometri senza fermarmi almeno tre volte, non solo per scattare fotografie.

Sento il bisogno sì di accarezzare questo ambiente con le due ruote ma anche di fermarmi per fissarmici dentro. Per gustarmi non solo i metri ma anche i centimetri, sentendomi come un albero radicato nel paesaggio, respirandone l’ossigeno vitale a pieni polmoni, in modo da sostituire il vecchio.

Man mano che procedo verso il Fedaia mi elevo sempre più nell’Olimpo delle Dolomiti, bussando alla porta della regina Marmolada, che cederà poi la compagnia alle vette del Cadore. Tanti definiscono le dolomiti come ‘le montagne più belle del mondo’. Non so se sia vero, dovrei aver visto buona parte delle altre pretendenti al titolo per confutarlo e me ne mancano molte; però ritengo sia corretto affermare che siano speciali, anzi, uniche, il che giustifica l’iperbole.

Difatti, il problema è come fare a non fermarsi di continuo ad osservarle.

La moto è fantastica ma ad avere il tempo sarebbe da muoversi a piedi, sempre per quei centimetri. Dopo aver doppiato il passo e il laghetto adiacente, la pavimentazione conferma l’eccellenza trentina anche in discesa, notando che è una condizione goniometrica dove il Centauro si sente più a proprio agio. Probabilmente l’inclinazione in avanti distribuisce meglio l’adipe strabordante del 4 valvole (quasi venti chili in più solo di motore, anzi pressoché solo delle teste!) avvicinandosi a quello ideale: è molto più facile tenere la corda nei tornanti in discesa rispetto a quelli affrontati in salita, anche a destra.

Alcune case antiche, ben conservate, stimolano l’attenzione nel visitare i paesi (sempre molto ben apparecchiati) nella val di Zoldo, passando nel varo tra il monte Pelmetto e il monte Civetta, entrambi da 3000 metri, per poi raggiungere Dont dove mi stuzzica un’indicazione a destra. Poco oltre la fine della giurisdizione del paese trovo l’asfalto bagnato e mi fermo. Sin da metà mattina si aggirano aggregazioni astionuvolose in cerca di sfogo e provo a giocare a schivarle: torno indietro fino a quella stuzzicante svolta e salgo verso il passo Durant lungo la valle di Goima che offre delle costruzioni curiose presenti soprattutto a Gavaz, simili a fienili sopraelevati, con la base ristretta e la parte alta contenuta da travi in legno. In cima al passo il gruppo San Sebastiano fa da dogana a chi vuole discendere verso la valle Agordina ma non è il mio caso: il clima migliora ed è ora di riprendere la strada maestra (eppoi è ora di pranzo!).

Mi concedo la pausa a Forno di Zoldo in una piacevole piazzetta sul passaggio, dove gusto degli ottimi ravioli al riparo da un paio di lievi scrosci d’acqua, in compagnia di altrettanto lievi turisti. In giro c’è quella quantità di movimento di persone che tendenzialmente si definisce ‘giusto’.

Dopo Forno di Zoldo la strada ha quasi completato il ciclo di asciugatura consentendomi maggiore tranquillità (mi rendo conto di avere le gomme piuttosto usate) e scendo pian piano di quota attraversando il sano Cadore con sulla destra le dolomiti bellunesi e sullo sfondo la Cima dei Preti. Non vi dico le soste. La strada è splendida e mi accorgo con consueto ritardo del cambio di clima, di vegetazione e di profumi. Ogni volta mi immagino esista una linea più o meno netta di demarcazione tra l’ambiente puramente montano e quello più collinoso o da fondo valle e ogni volta me lo perdo. Sempre ammesso che esista.

La discesa a Longarone mi porta presto ad affrontare la parte finale ben nota con un duplice stato d’animo: la meraviglia sempre viva e vibrante (come direbbe Napolitano), e l’aria drammatica della gola del Vajont a cui è difficile sfuggire.

Ero un bambino quando mi portarono a vedere la diga. Da bambini, la vista di quell’infinito scivolo verticale incastrato in quell’orrido da paura già di per sé è sufficiente a farti sudare qualche brutto sogno. Non ho avuto mai modo di sapere se fosse vero o meno, ma ricordo che mi raccontarono che gli operai addetti al turno notturno nelle strutture della diga collocate sotto alla stessa, quella notte morirono di anossia per il vuoto d’aria creato dalla gigantesca, immensa onda distruttrice (25 milioni di metri cubi).

Onda che non aveva nessuna colpa né cattiveria intrinseca, non era lei la causa:

se non fossero precipitati 270 milioni di metri cubi di montagna dal monte Toc, lei se ne sarebbe stata schiscia nella tinozza. E neppure quella bella fetta di montagna ha colpa alcuna, visto che aveva da tempo avvisato con chiari telegrammi, messaggi, comunicati stampa, segnali, avvisi di ogni tipo che non poteva gradire quel bacino artificiale, a quel livello. No, non fu una causa naturale. Fu una tragedia sovrannaturale. Lo spostamento d’aria causato dalla mostruosa onda d’acqua è stato calcolato come il doppio di quello dell’atomica di Hiroshima. Se qualcuno a Longarone dopo le 22 fosse stato ancora per strada a gozzovigliare è impossibile affermarlo, dato che l’onda d’urto ha polverizzato qualsiasi prova. A volte sono i particolari a dare la vera misura di una enormità, di un tutto. Più dei milioni di metri cubi.

Percorro le gallerie come l’ago nel tessuto, sbirciando nelle pause a destra alla ricerca della sinistra struttura della diga. Nel frattempo il tempo si fa oscuro e pioviggina. Mi fermo alla fine della parte superficiale della massa precipitata. Qui aiuta un po’ a comprenderne la dimensione, sotto il riflesso lucido della roccia, nuda come carne ancor viva della ferita del monte Toc.

Riprendo il pellegrinaggio valicando il lieve passo San Osvaldo con sollievo e piacere motociclistico, la strada è bella e poco frequentata, fino a scendere a Cimolais, dove ammiro il primo dei torrenti friulani, il Cimolana, che più avanti finirà dentro il Cellina di mille ricordi. Già a monte spicca la caratteristica più vistosa dei fiumi friulani: l’esagerazione nella dimensione dell’alveo ghiaioso, una caratteristica molto affascinante, l’opposto del solito torrente montano stretto tra gole rocciose o – se a fondo valle – confinato in un angolo della stessa. Questi i fondovalle se li pigliano tutti interi schiarendoli d’avorio, forse per far spiccare vanitosamente il turchese delle loro freschissime acque, dapprima un po’ torbido nei tratti superficiali e intensamente saturo nelle pozze alternate. Passano gli anni ma resta vivido il sapore selvaggio e l’ampiezza di alcuni scorci verso le dolomiti d’oltre Piave.

Sono quasi arrivato al paese dei miei nonni e mi fermo un attimo sul bordo del lago di Barcis, uno spettacolo che più turchese non si può, un piccolo scorcio di Canada nostrano, sognando ogni volta di poter percorrere di nuovo la vecchia strada per Montereale, oggi ahimè chiusa e rimpiazzata dalla lunga galleria. La vecchia strada è una perla a ridosso della gola stretta e profonda (stavolta sì) che il Cellina è costretto ad affrontare prima di sfociare nell’immensità dell’alveo nella pianura (dove poi si innabisserà misteriosamente, altra caratteristica unica). L’ultima volta che feci in tempo a godermela in moto fu una trentina abbondante di anni fa con il giallo Ducati Scrambler di Angelo. Anzi unica volta in moto, mentre innumerevoli erano con la bici del nonno.

Faccio appena in tempo a raggiungere la casa di mio zio Mario che parte un rumoroso temporale. Da ragazzino d’estate Mario mi ha accolto nella sua tipografia a lavorare, come ancora era possibile fare una volta, da piccolo apprendista, e mi portava con sé nel suo giro dei bar della zona a incontrare i clienti (sospetto sia ancor oggi in Friuli il vero luogo di meeting professionali). La composizione delle righe con i caratteri di piombo, la platina Heidelberg che avevo imparato a manovrare, il profumo dell’inchiostro e della trielina per pulirne le macchine, i ritagli di carta avanzata che collezionavo avidamente… La carta è una cosa meravigliosa e profumata e probabilmente alcuni geni della grafica li ho appresi lì dentro con lui, con Roli, il suo socio, e Federico, il ‘vero’ apprendista, che aveva un vespino truccato col quale gironzolavamo in zona. Poi c’era la Vespa 125TS del nonno, che mi caricava a prendere l’acqua di Ravedis, una fonte sulla strada vecchia per Maniago, che allora era tutt’altro che vecchia, essendo l’unica.

Ci sono alcune figure che a volte rivestono il ruolo di secondo genitore, o qualcosa del genere.

Parenti o amici che da bambino ti vogliono un bene dell’anima e a cui ti attacchi col cuore, per svariati motivi. Nino (cugino di mio padre) e la moglie Nina mi accoglievano sempre a casa loro dopo l’attraversamento della terra di nessuno del pianerottolo. Nino mi scorrazzava sul suo Vespino 50 azzurro tre marce e mi ha fatto imparare a guidarlo a 11 anni sul Viale Lombardia, avete idea di che sensazione bellissima?

Mario ha avuto non solo il merito di imprimermi l’inchiostro della tipografia, ma anche quello di avermi fatto guidare la macchina per la prima volta. Mio padre non ha mai avuto né auto né patente e a quei tempi raggiungevamo Montereale in pullman: l’Autostradale aveva una linea che da Milano percorreva tutta la A4 fino a Latisana per poi raggiungere Pordenone (la A28 ancora non c’era). Era un pullman notturno che partiva a mezzanotte. Quella volta accompagnammo i miei genitori che tornavano a casa, e sulla strada del ritorno mi butta lì “vuoi provare a guidare?” Lui aveva una Ford Fiesta prima serie rossa, bellissima. Io avevo già imparato a guidare la Vespa e quindi i rudimenti – quantomeno teorici – li conoscevo. Eppoi da tempo simulavo perfettamente il tragitto Trezzo-Arcore sulla Lancia Fulvia della Lina (altra cugina di mio padre). Quella frase era un regalo gigantesco. La strada da Pordenone a Montereale era in gran parte rettilinea e aveva ampi tratti liberi senza attraversare paesi. E in Friuli il traffico non esiste, figuratevi negli anni ’70 e di notte. La prima volta che guidi una macchina (come la moto e il sesso) è uno dei ricordi più indelebili che esistano. Ricordo la difficoltà a gestire l’apri-chiudi dell’acceleratore in prima, diamine c’è molta più potenza che con la Vespa! Ma dopo qualche scuotimento ero riuscito a stabilizzarla e a cavarmela bene. Guidare la macchina è una cosa magica.

Il temporale chiassoso e fradicio si è sfogato più del previsto: dopo due ore di chiacchiere con Mario non ha ancora finito, togliendomi definitivamente l’illusione di non indossare la tuta antipioggia. Si sta facendo tardi e non posso più attendere, coraggio, la indosso e parto. Alla prima rotonda sotto l’acqua mi slitta il posteriore. Mi rendo conto di avere le gomme molto usate. Mi aiuta la legge di Murphy: avendo indossato la tuta, tempo cinque minuti e smette di piovere.

Inoltre, quando scendi dalle montagne ed entri nella pianura friulana e le strade si fanno dritte a reticolato. Almeno non hai la tentazione. Il giallo del sole torna a scaldare la cromia del panorama e a illanguidire gli animi mentre punto all’hotel di Udine per rinfrescarmi e puntare a Pagnacco, da Jeio.

Giorgio mi viene subito incontro, stuzzicato dal rombo del Centauro appena messo a riposo nel parcheggio. Giorgio lo state leggendo su Joyside: scrive come un vero dio della penna e parla con altrettanta perizia. L’ho conosciuto marginalmente attraverso Anima Guzzista e molto più attraverso Jeio: è il suo angelo custode. Mi presenta la moglie Stefania, subito gentile (forse impietosita dalla moto) e sono subito immerso nel furlàn della festa. Ci sono astanti di diversa composizione, noto curiosamente molta gioventù, poi ricordo che Jeio, tra le sessantadue cose che sa fare, è anche allenatore di calcio giovanile. Oltre a comporre e cantare canzoni gioiello in friulano (che non è un semplice dialetto). Ad avere visto quegli orizzonti che sogni. A ricordarti quel capo scout che avevi come riferimento da adolescente (fase del cui superamento nutro da tempo grandi dubbi). Ad esser quel misto di idolo e di semplicità che capita raramente di incontrare. In una serata dove avrebbe diritto a gigioneggiare, si dona senza clamore o baccano. Come una serata qualunque. Ha scritto un nuovo libro di racconti. Fossi in voi, me lo procurerei velocemente, prima che svanisca.