Canazei, Udine, Bobbio. 4 giorni scarsi.

Uno di primo acchito si chiederebbe che ci azzeccano queste tre località. Ancor più visualizzandole anche solo mentalmente sulla mappa stradale. Ma la logica della vita spesso segue regole tutte sue e crea legami impensabili, probabilmente anche improbabili, che però spesso funzionano.

Nell’elenco degli ingredienti mancano ancora parecchi elementi, magari meno protagonisti principali (li definirei dei caratteristi) in grado – nonostante l’importanza inferiore – di condizionare significativamente l’esito e il piano stesso, forse ancor più dei protagonisti. Nominiamoli: 2020, lavoro, Centauro, California, presentazione del libro di Jeio, Nick, parenti, Gari e Carver.

Un 2020 sconvolgente che ribalta i piani e crea spazi.

Due moto che a causa della terza in lungo restauro accumulano ritardi nella manutenzione; il piano di gironzolare per qualche giorno in Friuli vista la mancanza del consueto incontro dei Navigatori di Terra, magari passando anche per i miei parenti (sono mezzo friulano) subisce una improvvisa accelerazione quando Giorgio mi avvisa che venerdì Jeio presenta il suo nuovo libro. Occasione da non perdere. Peccato che abbia – appunto – le due moto teoricamente utilizzabili bisognose di cure. E nel frattempo abbiamo fissato nei due giorni antecedenti la partenza l’imbiancatura della casa. Infine, nel prossimo weekend c’è il Gari e Carver con i piacentini. Insomma, tanta roba.

“Organizziamoci!” disse John Holmes quando nel bel mezzo di un’orgia si ritrovò un palo nel didietro.

La prima a finire sotto ai ferri è il Centauro. La sistemazione va a buon fine ma salta la capatina a Mandello a salutare il raduno dei centauristi. Eseguo un collaudo veloce e dall’esito positivo, ma ne parleremo più avanti, ora tocca al California, perché se da una parte mi stuzzica assai l’idea di partire con il Centauro, dall’altra almeno teoricamente il California è più adatto… e ancor più, diciamolo, adoro poter decidere cinque minuti prima di una partenza quale moto usare.

Ognuno stabilisce a quali lussi ambire nella propria esistenza.

Al California va cambiata la frizione. È dal viaggio nell’ex Jugoslavia della scorsa estate che mi lancia messaggi, segnali, avvisi, sms. Perdo tempo nello smontaggio, non ricordandomi bene la sequenza corretta; smonto anche la flangia cambiando guarnizione e paraolio (come si raccomanda sempre quando la speleologia guzzista arriva fin qui) e rimonto il tutto, percependo qualcosa che non va nella frizione, difatti al test con il cambio non funziona. È troppo tardi, è mercoledì sera e mi sono già bruciato un giorno. Domattina s’ha da partire, anche perché, considerato che il ritorno dal Friuli per Bobbio sarà inevitabilmente autostradale, l’andata dovrà essere di pura goduria, E per godere appieno la pianura va evitata accuratamente, scegliendo il passaggio a nord, per le Alpi. È qui che entra in ballo Nick.

Questi fili invisibili collegano persone più che luoghi.

Comincio a scrutare il passaggio a nord della pianura, con l’idea non solo di godermela per curve e montagne ma cercando di passare per percorsi nuovi e anche qui andrebbe aperta una parentesi sulla risultante di due elementi apparentemente contraddittori: da una parte l’attitudine a voler percorrere strade nuove e dall’altra le eccezioni a questa regola. Eccezioni date da luoghi d’eccezione, che riescono a ricreare la magia anche tornandoci, senza mai stancare. Canazei è uno di questi. Le Coste di San Eusebio un altro. L’itinerario comincia a delinearsi bene: avrei lasciato l’autostrada a Brescia passando per le Coste e per il lago d’Idro e da qui si aprono almeno due alternative: o proseguire verso Madonna di Campiglio e in fondo girare a destra per Bolzano e raggiungere Canazei attraverso il passo Carezza, oppure a Ponte Caffaro girare a est per la sempre incantevole Valle di Ledro e salire da lì, passando per Molveno. Nella redazione degli itinerari mi preparo un paio di alternative anche per il secondo tratto (da Canazei a Udine), mentre chiaramente il terzo, da Udine a Bobbio non ne può realisticamente avere. E in fondo, nell’ottica di testare a dovere il Centauro, una tirata autostradale ci può anche stare.

“Testare”, già. Non solo per il fatto che da almeno una decina di anni non faccio un lungo viaggio con quel bolide, ma c’è anche da verificare ben benino le due modifiche, per sgombrare l’effetto placebo che spesso dà un test immediato e breve.

Da molto tempo sentivo una strana vibrazione, come se qualcosa grattasse, avvertibile sostanzialmente solo in rilascio e solo in un determinato range di giri in quinta, in un altro in terza e in un altro ancora in seconda. Un bel rebus.

Nessuno ha mai capito da dove arrivava quella vibrazione. Qualcuno ha anche avuto sottomano la moto, smontando coppia conica, cambio e motore ma nessuno ci ha mai capito realmente qualcosa e difatti quella vibrazione me la sono sempre tenuta.

“Ma tu monti ancora l’asta di reazione originale? Guarda che con il 180 lavora male”

Mi dice Oscar chiacchierando sul mio Centauro e in particolare sull’adozione al posteriore di una gomma da 180 al posto dell’originale da 160. Oscar quando gli dai spago è un grande oratore ma è una bella persona, disinteressata, senza niente dietro. Sono le persone come lui in grado di darti qualcosa senza interesse, anche se forse non c’è mai nulla di veramente disinteressato: chi ti dà un consiglio giusto, una soluzione o un aiuto lo fa anche per il proprio interesse: il piacere di aver aiutato qualcuno, di guadagnarsi un Grazie.

Sta di fatto che, con la nuova asta di reazione dotata di uniball a sfera snodata la vibrazione è sparita per sempre. E il nuovo regolatore di pressione della benza ha aggiunto prontezza e brio ai bassi e medi giri, esattamente quello che serve a un motore esplosivo dai cinquemila in su ma che sotto non esalta. Una meravigliosa quadratura del cerchio che sperimento in lungo e in largo per i curvoni delle coste, deserte all’ora di pranzo e quindi ancora più uno sballo. Per chi non sapesse cosa sono le Coste di San Eusebio, sappia che sono state territorio di sfide quanto di grandi retate. Strade da pura delinquenza motociclistica bresciana, tornantoni larghi da percorrere in piacevole appoggio, tratti misto-veloci come di rado capita, senza incroci, rotonde, dossi, semafori per circa 5 chilometri. Meritano sempre un assaggio.

Il loro seguito di avvicinamento al lago presenta altri tratti interessanti, per poi snodarsi a sinistra del lungo Idro in alternanza di tratti veloci e lenti. A Ponte Caffaro è ora di pranzare prima che chiudano le cucine e la sosta si rivela provvidenziale non solo per rifocillarsi. Alla ripartenza trovo l’asfalto bagnato e un nero minaccioso nel mirino, al che svolto immediatamente a destra per la strada alternativa: addio Madonna di Campiglio, benvenuta valle di Ledro. Pur con tutte le cautele del caso visto il bagnato, la salita verso la valle delle bambole resta piacevolmente profumata, amplificata ulteriormente dall’umido residuo mentre all’orizzonte l’azzurro prende il sopravvento.

Questa valle è un primo spartiacque in grado di farti percepire il cambio di ambiente e l’effettivo ingresso in Trentino.

C’è un generale aumento di rifiniture, non solo nelle strade. Da qui scendo a Riva del Garda e risalgo per Tenno, lambendo l’azzurro lago in pieno gas sparato per l’altro lago più a nord, quello di Molveno, apprezzando nel mezzo quella specie di altipiano placido e verde che appare quasi con il sottotitolo “intervallo”, come un gran respiro prima di tornare attraverso i boschi e dall’aspetto più abitato e vissuto che apparecchiato con cura per il turismo.

Le strade sono come minimo in buone condizioni, anzi spesso eccellenti, con l’asfalto rosa della valle di Ledro e di Tenno o quello grigio chiaro seguente, limpido di colore e di intenzioni. Un vero piacere al quale da tempo non ero più abituato, una condizione paradisiaca se non fosse per il fatto che in Trentino evidentemente oggi è

la giornata mondiale del rattoppo: ogni paese tira fuori la sua bella carriolina di asfalto fresco e il suo piccolo rullino compressore ed è un continuo succedersi di semafori promiscui a dettare sensi unici alternati.

Passata la turistica ma sempre suggestiva Andalo dal profumo di piste da sci, scivolo a valle e in considerazione dell’orario avanzato decido una breve immersione autostradale per guadagnare tempo, uscendo a Bolzano dall’unico incedere trafficato, pronto ad affrontare il passo Carezza, dove a mezza salita, improvvisamente sulla mia destra sboccia il primo gruppo dolomitico, il Latemar, mentre tutt’attorno è un limpido verde inframmezzato da casette il cui legno è scurito dal tempo e dalle mani di protettivo.

Allo stesso tempo il panorama mostra il suo lato drammatico. Basta una svolta e alla mia sinistra avverto un’innaturale chiarore e variazione di tonalità: dal verde scuro e compatto e dall’andamento grafico a freccia verso l’alto delle conifere alla chiara nudità del suolo rasato dalla violenza di Vaia, la tempesta del 2018 che ha travolto grandi porzioni della foresta incantata del Trentino. Non sarà l’unico incontro con le sue cicatrici ancora dolenti.

Mi fermo in cima al passo per avvisare Nick e meno male perché stavo per perdermi l’incredibile colore del lago di Carezza. Complice la luce di tardo pomeriggio, l’effetto del turchese saturato dal riflesso degli alberi è da restarci incollati per ore, con il fondale che pare di peluche. Sulla sinistra il Catinaccio d’Antermola crea la cartolina ricordo perfetta in altrettanto perfetta simbiosi con i sensi iperallertati dal nuovo stato libero errante che fa sempre miracoli, ed è ora di discendere verso la val di Fassa ed incontrare Nik.

Non so quanti anni abbiamo lavorato insieme. Ricordo la prima volta che lo vidi e che immediatamente mi incuriosì, anche lui in prova presso un’importante agenzia milanese, dove restammo molti anni, oddio lui un po’ meno visto che sparì a Londra ma restammo comunque in contatto, finché ci ritrovammo di nuovo colleghi in un’altra agenzia facendo molte cose belle. È senza alcun dubbio la persona con la quale mi sento più a mio agio sia lavorando che cazzeggiando, anzi, genera il magico effetto di farti dire un sacco di cazzate, in senso buono e libero. Non ho avuto alcun dubbio su dove fermarmi sulla strada per il Friuli. Oltre alla garanzia di un hotel che conosco da tempo, dalla squisita ospitalità e perfetto per i miei gusti, grazie anche a una colazione ricchissima di cereali e müsli di ogni tipo.

La sera regna il silenzio della montagna così rigenerante per noi lombardi, il clima rinfresca e innaffia le strade come da montano copione, così ci rifugiamo piacevolmente a cena perpetrando, di nuovo, il rito spontaneo del cazzeggio finché reggono le stanche membra. Il primo collegamento è fatto e domani so che sarà un’altra giornata ricca, almeno quanto oggi.