Venerdì sera, cena prostatini. Franchino: “domenica prossima gita in moto, è l’ultima utile”.

Giovedì sera, a casa di Franchino per decidere l’itinerario. “Dove andiamo?” Io:“pensavo nel Pavese, vediamo… potremmo scendere da Lodi verso sud, costeggiare le colline e prendere una strada verde verso Varzi”. Franchino: “dove passiamo il Po?” “A Stradella, con il ponte di Spessa e da lì a Santa Maria della Versa, Zavattarello e poi Varzi. Al ritorno, se vogliamo, passiamo da Broni a prendere le cipolle”.

Virgi: “ma vuol dire passare la giornata in moto!” 

Attimo di silenzio. 

Guardo il riepilogo di Google Maps: 130 km, due ore previste. “Virgi, partiamo alle 9, pranziamo a Varzi, forse abbiamo tempo di farla con calma”. (Evito di far presente che andare in moto è una figata, anche perché lui ha uno scooter, il plasticotto). Italo e Franchino concordano e restiamo con l’idea di prenotare un agriturismo a Varzi, ma non ora… senza fretta.

 

Sabato, gruppo Whatsapp Prostatini. Messaggio del Virgi: “ragazzi mi dispiace non vengo, non capisco come si possa stare tutto quel tempo in moto”. E dire che in bici ci sta anche di più…

Nel frattempo ho raccontato a Ro le nostre intenzioni. “Le cipolle stanno a Breme, non Broni!” roteando le pupille verso l’alto. Vabbeh, mettiamola così: non dovendo caricare nulla, posso andare con il Centauro. Peccato che ho fatto il pieno al California.

Domenica, ore 9, partenza. Franchino con la Vespa 200, un foglio di quaderno a quadretti con la road map fissato al parabrezza con due clip metalliche, Italo con la Breva e il sottoscritto con la bomba munito di Tomtom. Tempo grigietto ma il meteo parla bene di Varzi e dintorni. Partiamo con l’idea di fare una sosta per la seconda colazione, e lì decidere per il pranzo. Anda rigorosamente rilassata: ci superano prima un gruppo di Ducati, poi un gruppo di MV, poi uno di Peg Perego. Il Centauro è apparentemente sprecato. Apparentemente.

A Cassano il Tomtom si perde l’itinerario che avevo scrupolosamente creato dalla road map. Dopo la vacanza d’agosto passata a litigarci, sollevo appena il sopracciglio. Franchino apre la pista deciso e mi limito a seguire sulla mappa generale. Tagliamo tutta la bassa raccattando al massimo cinque curve ma già prima di Lodi il sole spunta ed esultiamo, anche se da qui alla meta sono quattro soste pipì (freddo più prostatini). E pensare che non volevo mettermi la canottiera.

L’andatura è tranquilla, in tangenziale a Lodi arriviamo perfino a superare i 100 kmh, auto scarse e ancor pigre, il sole timidamente aiuta la natura a riprendersi i suoi colori. Il settembre caldo non ha ancora concesso all’atmosfera di tingersi di giallo e alle foglie di gettarsi nel vuoto. Varcato il grande fiume incrociamo la val Tidone che è l’unico nastro di mia conoscenza nei paraggi, nonostante l’essere a pochi chilometri da casa (parecchi per Virgi). Sullo sfondo si stagliano paesi sopraelevati su colline non ben definite, non avendo il sole ancora terminato la sua messa a fuoco. Lasciamo la SP201 dopo Santa Maria in direzione Versa per la prima strada verde e bastano poche curve per mettere bene tutto a fuoco. 

Ci fermiamo dopo poco, parcheggiando dentro a un quadro di colline tutte ben pettinate dai filari e le nostre tre moto come tre cavalli a lato del sentiero. Si sprecano i “ma tu guarda che meraviglia a un passo dalla città” oltre ai selfie. Peccato abbia dimenticato la macchina fotografica. Ce la prendiamo comoda e – meno male dopo i bisognini – si ferma un’auto. Scende un tipo che potrebbe far parte del gruppo, sorridente, anche lui motociclista (anche se quest’anno il suo Transalp ha avuto solo duecento chilometri d’aria) e con piacere scambiamo quattro chiacchiere, naturalmente partendo dall’argomento pensione. Ci svela una chicca della zona: Golferenzo, che poi sta letteralmente qui sopra.  A seguire – ha già capito – ci ragguaglia su dove mangiare: o un agriturismo all’inizio (“ma un po’ caro”) o il ristorante in centro (“molto valido”). Lo ringraziamo caldamente nonostante l’aria frizzante e riaccendiamo le due caldaie e l’elettrodomestico verso l’alto. 

La strada è una di quelle collinari strette e dirette, con non troppe sconnessioni e brecciolini insidiosi; aiutati dalla lenta andatura, scolliniamo e scendendo ad incrociare di nuovo la 201 intravediamo almeno un paio di paesi in posizioni d’eccellenza, uno dei quali preme il tasto per accendere la voce “Golferenzo”. Dopo aver ripassato i filari tutti sull’attenti ci avviciniamo all’abitato, passiamo l’agriturismo e con circospezione affrontiamo il lastricato che preannuncia il centro storico, molto piccolo e tenuto con grande cura. Come confermerà la passeggiata digestiva più avanti, tutti gli edifici sono restaurati con profusione di buon gusto e rispetto, senza tirarsela. Semplicemente, fatto bene. 

Non c’è alcuna attrazione turistica. Individuiamo la locanda di nostro interesse e, non avendo effettuato la seconda colazione, anche se sono le undici e passate ci accomodiamo al sole con caffè, latte e un paio di fette di torta astutamente individuate durante l’incursione interna (per la toilette).  Riprendiamo la temperatura corporea standard, facciamo la conoscenza dei gentili gestori mentre dal nostro tavolo passa un rivolo d’aria proveniente dalla cucina di provenienza “cipolle caramellate” che risulterà determinante per stabilire se proseguire a Varzi o fermarsi qui a pranzo. “Siamo pieni, ma se vi va bene pranzare qui al sole, non c’è problema”. Stabiliamo per l’una l’orario del pranzo e guardando il magnifico panorama, caratterizzato da almeno sei o sette torri o campanili o paesini arroccati nei dolci rilievi, ne scegliamo un paio da percorrere per tirare l’orario. 

Scendiamo, risaliamo, raccogliamo nuove immagini per i nostri rullini, un paio di paglie, una rapida puntatina a Santa Maria della Versa a spegnere quella fastidiosa e inaffidabile spia della riserva del Centauro e siamo di ritorno. 

“Se volete si è liberato anche un tavolo dentro”. Altro tassello che si allinea. I gestori ci raccontano un po’ la storia di questo posto, mentre ci allungano i menu delle pietanze e del vino. Tutto pressoché interamente locale e naturalmente non mancano le cipolle caramellate, accompagnate da un ciuffo di finocchio. Spalla cotta, una selezione di salumi, risotto, cinghiale, polenta e baccalà sono le nostre scelte (oltre alle cipolle). Sul vino, dopo una iniziale indecisione globale, percepisco che Italo si vuole sbilanciare. Sceglierà un’eccellente Rosso Pegranegra fatto da un’azienda del paese, più a chilometro zero di così si muore. 

Il posto è pieno, l’impressione di una cucina dalla potenza di fuoco non del tutto adeguata alla dimensione si concretizza in un po’ di attesa, ma in fondo non abbiamo fretta, i gestori sono molto gentili e fanno di tutto per farsi scusare l’attesa e ci dedichiamo a perculare il Virgi, sempre nel gruppo Prostatini. Saremo più che conquistati anche da un ottimo caffè (che non è affatto scontato, e ne parliamo diffusamente a tavola dopo aver constatato quanto basti varcare il Po per far aumentare la qualità media della ristorazione e dell’accoglienza) e da un liquore ricavato da prugne sotto spirito, dal gusto sorprendente. Segue con la medesima attitudine un conto più che onesto. Peccato solo che abbiano finito quel vino: meditavamo di caricarne una cassa sulla Vespa. Provano anche a chiamare la cantina, ma dopotutto è una sacrosanta domenica e di tasselli che, sapendo attendere con la giusta fiducia, si incastrano magicamente non ne potremmo chiedere di più.

Giunta l’ora del rientro a completare la vista dell’altra faccia della strada, punto casa nel navigatore: 83 chilometri. Sono le 16: faremo in tempo prima delle tenebre?

Foto di Alberto Sala e Italo Agazzi