<- Prima parte

 

Martedì. Giorno 3. Incontri d’oro.

La svolta mattutina divaga temporaneamente verso nord. Finiamo di completare l’ascesa della strada ‘di casa’ del monte Capraro sbucando in cima al territorio, pulito dalla vegetazione e zeppo di pale eoliche. Qui tira un gran vento e siamo in un corridoio di passaggio dei venti provenienti dall’Adriatico (che è visibile nelle giornate limpide). La posizione di Capracotta è – tanto per cambiare – da incanto, adagiata sul crinale dal quale sotto a destra si vede Agnone e il ‘presepe’ del giorno prima, percependo piacevolmente e pienamente la morfologia.

Capracotta è l’unico paese dove il turismo è presente. Sto facendo benzina e passa una signora con un decolletè di raso lilla lungo fino alle caviglie, sandali con gemme sempre dello stesso colore e un maltese al guinzaglio non più alto di quindici centimetri al garrese. Finalmente qui Rosella trova un cappuccino degno di questo nome. Trovare bar in grado di fare cappuccini come si deve è sempre più difficile, vista l’improvvisazione che ha subito questo mestiere negli ultimi 12 anni. In queste zone si sfiora la delinquenza: non solo non viene usato il latte fresco (il cappuccino con il latte a lunga conservazione è un delitto) ma notiamo come qui usino dei preparati tutto compreso!

Sono segnali inequivocabili del degrado di un paese che perde sempre più professionalità e di un popolo che si accontenta di squallide imitazioni industriali.

Scendiamo in basso verso Campobasso tagliando per Carpinone dove improvvisamente notiamo tre Moto Guzzi d’epoca parcheggiate al lato della strada, in prossimità di un piccolo gruppo di case a ridosso del fiume. Ci fermiamo immediatamente e ci avviciniamo ai tre bolidi rossi, uno dei quali è accoppiato a un bellissimo sidecar. “È lil GTV della mia gioventù” mi dice Armando, e scopre un vaso di Pandora raccontandomi la sua passione per le Guzzi (“dopo Carlo Guzzi non è stata più la stessa” sic) e la storia della sua vita di orologiaio a Napoli. Una GTV e un Cardellino fanno degna compagnia sulla soglia della strada e compendio alla loro ospitalità senza fine: non puoi far altro che assecondarli visitando il loro box con tanto di due Galletti (sia il 160 che il 192) e almeno altre quattro sagome tra moto e scooter.

Raggiungiamo velocemente Campobasso grazie a una rapida strada rettilinea e altrettanto velocemente la salutiamo fermandoci solo per pranzo: non è antipatia ma rispetto giacché una visita come si deve ci succhierebbe troppo tempo, che preferiamo dedicare al resto del percorso. Risaliamo verso ovest puntando la SS17; da un ampio fondo valle scolliniamo e scendiamo in un panorama collinare incantevole, sempre costellato di paesini arroccati, fino a Jelsi, il paese della festa del grano e dalla struttura differente: si direbbe adagiato sulla strada che lo attraversa con un’ampia ansa allargandolo, con passeggi pedonali su ambo i lati, dando l’idea che siano il centro della vita del paese. Poi deviamo a destra, saliamo sul crinale fino a Gambatesa (altro bell’arrocco) mentre i filari degli ulivi si dispongono in modo molto ordinato. Ridiscendiamo e proseguiamo verso nord; dopo Sant’Elia a Pianisi volgiamo a ovest restando sempre in quota collinare,

con alla nostra destra un panorama arioso e incantevole, tra l’oro del grano e il marrone della terra a vista,

panorama che ha poco da invidiare a quello toscano, con il grande vantaggio della scarsissima presenza automobilistica. L’ennesima conferma che viviamo in un paese dove è più difficile trovare sconcezze che bellezze e il Molise appare come un bell’anatroccolo.

Di fatto, il nostro unico problema è che – complice la bellezza del luogo che impone piacevoli pause – il tempo scorre implacabile, fregandosene delle nostre richieste di sospensione, dei time-out di riflessione, dei ripetuti click sul tasto “pause” per quanto giustificati dai panorami. Non è possibile soffermarsi in tutti i luoghi a tiro di meraviglia e il pieno apprezzamento della bellezza di Salcito, che percepiamo nel serpeggiare della strada di avvicinamento, lo dovremo rinviare alla prossima occasione, così come quella di altri incanti nelle vicinanze, spesso consigliati dagli amici che ci seguono sui social.

Eppoi, come lo scorso anno in Bosnia e Montenegro, la strategia di viaggio è improntata ad una sana lentezza, volta a non stressarci per voler vedere tutto, anche se spesso ci si ritrova a passare più tempo del previsto in sella, con relativo riquadramento delle chiappe.

Mercoledì. Giorno 4. “Funghi e tartufi? VROOOOM!”

Voliamo sulla superstrada per Campobasso con curvoni larghi e goduriosi fino al’altezza di Cantalupo nel Sanno che poi si stirano in un lunghissimo rettilineo, lievemente ansioso. La giornata è limpidissima e promette sole senza traccia di afa.

Prendiamo a destra il nostro percorso verso il Matese e saliamo verso il blu su un’ampia strada opportunamente ben pavimentata che risale il costone montuoso opposto al versante di ieri, consentendoci la vista d’insieme, con mio grande piacere. Pare di essere inseriti in un grande plastico, dove da fondo valle vediamo i vari paesi arroccati e pian piano li flagghiamo, uno alla volta. Questa salita assai appetita dai rari smanettoni locali (oggi presenti con un VFR prima serie e una Yamaha della stessa epoca, tute comprese) ha caratteristiche puramente montane e difatti sbuchiamo nel clima quasi alpino di Campitello Matese, una conca incantevole con srotolato un pratone verdissimo dall’aria soffice, chiazzato da mucche al pascolo e da qualche turista, anche qui con effetto plastico, tant’è che ti viene istintivo allungare il braccio per spostare due mucche e prendere il quad appena passato per rollarlo sull’erba. Questa è palesemente una località sciistica con tanto di impianti e costruzioni in stile, nel bene e nel male.

L’asfalto sulla sinistra fa da scarico all’ampio piazzale e ci lasciamo trasportare sopra la vegetazione e l’ambientazione, curva dopo curva, finisce per assumere fattezze molto simili alle Alpi: i fianchi sono pressoché completamente spogli, corrono lievi rigagnoli sul fondo ed è un susseguirsi di mandrie di mucche, pecore, capre e bianche bufale, nella cui comunità riusciamo a scorgere un piccolo bufalo accudito dalla mamma.

Non stiamo facendo un vero valico ma corriamo a ridosso di una cresta non appariscente, fino alla sella del Perrone che valica in Campania, in provincia di Caserta. Scendiamo leggermente attraversando prima una zona dal forte profumo di rosmarino e poi un bosco dagli alti fusti che lasciano filtrare il sole solo a macchia di leopardo, poi un bellissimo e fitto campo di felci e tutto all’improvviso il bivio verso il lago del Matese che non avevamo calcolato. Lo puntiamo subito, notando la presenza di alcune macchine, detto come se avvistassimo degli orsi. Il fatto è che ci siamo abituati bene. L’ampio avallamento risparmiato dalla roccia non è completamente invasato: il lago lascia generosamente spazio anche a bassa vegetazione e al tappeto erboso. Ci cade l’occhio sull’insegna di un agriturismo: decidiamo di seguire ulteriormente la deviazione nella deviazione, che punta a una ripida e stretta stradina laterale. Dopo 4 chilometri di bugigattolo nel bosco ci arriviamo e già il nutrito parco automobilistico ci pone qualche sospetto: difatti, gran baccano di gente e tutto esaurito: ogni tanto qualcosa ci ricorda che siamo pur sempre nella settimana centrale d’agosto. Torniamo sui nostri solchi e ci riallineiamo al nostro itinerario originale, affacciandoci su un versante molto assolato e avvertiamo subito il grande aumento di profumi e di fiori. Attraversiamo San Gregorio Matese senza trovare ristoro (inconcepibile, neanche un Roadhouse, un McDonalds, financo un Kentucky Fried Chicken!), scendiamo ulteriormente di altitudine a Castello del Matese dove dopo un altro agriturismo (stavolta chiuso) notiamo a fatica un’insegna ristorante pizzeria sotto la strada. Si rivelerà una fresca e ombreggiata terrazza con sole quattro persone presenti,

e soprattutto una colesterolemica spettacolare gustosissima selezione di formaggi matesi.

Si ode solo il belare di una pecora e le cicale: perfetto.

A San Piedimonte Matese, come suggerito, siamo a tutti gli effetti scesi di quota e si sente. Seguiamo la ex statale telesina che corre a fianco delle montagne che sembrano pandori glassati di verde, gustando piacevolmente lo stato di “ex”, soppiantata dalla nuova, ben più rapida ed efficiente statale, che mai però potrà dare la piacevolezza del dolce declinare e accarezzare, del narrare storie di attività a ridosso e a caccia dei viandanti, del condurti addentro alle mura e alle storie dei paesi.

A Cerreto Sannita riprendiamo a salire in costa con la SP76 verso Cusano Mutri, munito di una bella piscina praticamente in centro al paese e dal bel centro storico, e poi su verso il Passo santa Crocella, dove torniamo in totale solitudine in un ambiente montano la cui unica attività sembra essere la pastorizia. Rientriamo in Molise a rotta di collo su una strada da spettacolo verso Sepino.

Si è fatto al solito un po’ tardi: penso di rientrare veloce sul lungo rettilineo della statale 87 per dare tempo a Ro di riposarsi in campeggio e commetto la cappella del giorno. Ro mi segnala che all’andata aveva notato un posto che vendeva funghi e tartufi, sarebbe stato carino prenderne qualcuno per completare gli acquisti fatti a Capracotta e fare una bella serata prostatini dedicata al Molise, così mi dice di stare attento sulla sinistra per ribeccarlo. Io sto procedendo veloce per cercare di non arrivare tardi e come da manuale il mononeurone resta concentrato su questo pensiero così non rallento minimamente. Inevitabile il patatrac con la creazione del nuovo tormentone

“funghi e tartufi? VRROOOOM!” con Ro che mima con la mano una moto spedita a razzo.

Fine seconda parte.