Sabato. Prologo.

“mmm… quel nero non ci voleva”.

L’orario di partenza è fissato poco dopo l’alba ed è stata un’ottima idea: affrontare il buco nero dello spazio temporale Milano-Rimini la mattina presto, con relativa temperatura gradevole, significa quasi (quasi, eh) annullarne l’effetto devastante.

Un salto immediato al punto più a sud, nel Molise, per poi risalire lentamente e per vie più verdi che dirette. Una manciata di giorni ricavati in mezzo alle incertezze e precarietà di un anno balordo e la voglia di svuotare mesi di attesa per riempirli di bellezza e di orizzonti, stavolta italiani, vista la problematica a proseguire con la seconda puntata dell’esplorazione della ex-Yugoslavia. È la ricetta del viaggio di quest’anno, in sella alla nostra fidata Moto Guzzi California II.

“ora curva verso sud, forse lo evitiamo”.

Settecento chilometri filati, senza intoppi, con un paio di colonne dopo Bologna ma considerato che è il sabato di ferragosto ci va di lusso e dopo Rimini avrei potuto bloccare la manopola del gas sulla stessa velocità, tanto è svanito il traffico. Sorvolate le belle colline del marchigiano, ricoperte da verdi e variegati pattern cuciti tra loro come una coperta, la strada in discesa lungo il dorso dello stivale scorre a percepire il differente Abruzzo, un lieve altipiano interrotto da solchi e piccole valli sorvolate da viadotti visivamente impegnativi. Usciti a Vasto prendiamo una veloce superstrada in direzione Isernia e abbiamo un primo antipasto di Molise. Per molti chilometri non c’è letteralmente niente al di fuori di un territorio mosso e solo dopo decine di chilometri si avverte il primo segno di presenza umana.

Dài, alla peggio ci asciughiamo passato il temporale, fa un caldo…”

Si nota anche – soprattutto, direi – un fronte nuvoloso moolto verticale, tanto candido in cima quanto incazzato sotto. Il percorso stradale è curvoso e ad ogni cambiamento di direzione spero sempre che si possa aggirare quel brutto nero e cattivo, ma l’intervallarsi della direzione delle curve è calamitato inesorabilmente proprio lì. Usciamo dalla superstrada, mancano ormai solo una trentina di chilometri e cade qualche goccia.

 

SPLASH.

Joyside Molise Abruzzo Marche on the road

Cade soprattutto tutta l’esperienza accumulata in tanti viaggi e in tante secchiate prese in moto, lasciando che prenda il sopravvento quella pigrizia imbecille che ti fa pensare di essere ormai già arrivato. Passiamo un ponte con sotto tra l’altro un paio di California (come a suggerirci “non insistere, pirla”) ma niente, proseguo nel diluvio anche se sento già gli alluci a mollo. Quattrocento metri dopo c’è un distributore e finalmente mi decido a fermarmi al riparo della tettoia, con l’idea altrettanto idiota di attendere che il temporale si sfoghi. E in effetti, questo ce la mette tutta a sfogarsi, sollevando ondate fragorose e tuonanti rese oblique dal vento. Quindi, siamo sotto la tettoia ma la prendiamo lo stesso. Intanto assistiamo a un curioso fenomeno. Si fermano in parecchi qui sotto, ma sono tutte automobili. Sta piovendo, certo, e anche forte (garantisco), ma non è grandine. Oltretutto, con tutta la buona volontà, la tettoia mica può contenerle tutte ‘ste automobili, difatti restano in buona parte esposte al flagello, ma mica se ne vanno. Comunque c’è poco da sbeffeggiare, noi siamo sempre più zuppi e infreddoliti; appoggio i guanti sulle teste sperando si mantengano al caldo ma il vento (che mezz’ora fa era sahariano, ora siberiano) ha già riportato il motore alla temperatura di fabbrica. Una coppia impietosita si offre di ospitarci nell’auto, ma noi decliniamo, naturalmente. Dopo un tempo indefinito ma non molto distante al giro della lancetta si vedono ovunque schiarite meno che sopra di noi e nella direzione dove dobbiamo andare.

 

“Vabbeh, mettiamoli”.

Decidiamo di indossare gli odiati antipioggia (alleluja) e proseguire, seguitando a darmi del dilettante. Dopo pochi chilometri naturalmente smette di piovere – ponendoci nella simpatica situazione di pannolino alla rovescia (asciutti fuori e bagnati dentro) – e arriviamo al campeggio, collocato nel nulla in mezzo a un bosco.

L’arrivo è allucinante e grottesco. Attorno a noi c’è un carnaio allucinante, con almeno tre console di “unz unz!” a duemila watt e una folla variegata che fa un po’ di tutto. Mentre svuoto i miei stivaletti dall’acqua raccolta, Ro va verso il ristorante-reception per sbrigare al più presto le pratiche amministrative e si ritrova immersa in una bolgia terrificante: tutta la gente che era seduta all’aperto si è riversata dentro nel bar per evitare la pioggia, prendendolo letteralmente d’assalto, con la titolare che invano cerca di contenerli (naturalmente tutti senza mascherina: siamo in Molise, contagi zero) e, prima di essere inghiottita dalla folla, le urla “piazzati dove ti pare, poi mi dici dove sei!” Il tempo di smontare i bagagli e riprende a piovere; montiamo la tenda stabilendo il nuovo record mondiale e Ro piazza tutti i bagagli all’asciutto in venti secondi. C’è il tasso di umidità di Manaus e Bali nella stagione delle piogge. Ro si infila sotto alla meritata doccia e di acqua ne esce poca, e soprattutto, nera. Protestiamo ma i titolari sono ancora più incazzati di noi, tra il gestire la folla impazzita e l’acquedotto fallato, tant’è che hanno appena chiamato i carabinieri per fronteggiare la situazione. A me andrà meglio, andandoci un po’ più tardi: acqua sempre poca ma almeno non è nera. In compenso o è a seimila gradi o meno venticinque, con il miscelatore dal marcatissimo effetto ON-OFF. Riprendiamo tracce di civiltà a tavola, grazie a una cena niente male e ci prepariamo alla nanna sentendo il vicino chiedere ai passanti “stiamo organizzando una festa, venite?”. Il sipario si cala con un bel paio di tappi nelle orecchie.

Domenica. Giorno 1. Paesi.

L’indomani mattina lo passiamo principalmente a far asciugare al sole brillante tutti gli indumenti bagnati, oltre a rimuginare su come puntualmente ogni anno il primo giorno di vacanza sia il più complicato. C’è sempre una certa incertezza e disorganizzazione già dal momento della partenza e nel preparare i bagagli, nonostante quest’anno abbia dedicato molta attenzione alla miniaturizzazione di molti elementi, riducendo non di poco la dimensione finale, peccato che abbia usato una checklist sbagliata, quella del California “Volkswagen” e non “Moto Guzzi”, così dimentichiamo il telo coprimoto. Sembra un’inutile sciccheria, invece è molto leggero e compatto ed ha il suo perché, ad esempio per riparare la sella dalla pioggia di resina quando parcheggi sotto ai pini marittimi frequenti nei campeggi, evitando così di eccedere con il concetto di “tutt’uno con la moto” e sarebbe stato utile per preservare qualcosa dalla mostruosa umidità notturna del luogo, che inzuppa letteralmente tutto.

Ma basta riprendere in filo di gas la California per far tornare tutta la leggerezza. La lucidità no, quella non ancora: sul navigatore invece di impostare il primo itinerario del Molise imposto il primo dell’Abruzzo (la prossima volta li numero), così dopo una bella strada selvaggia ci ritroviamo a Castel di Sangro, che come capoluogo fa L’Aquila. Poco male, dopotutto oggi era previsto in realtà relax e visitiamo questo baluardo difensivo della seconda guerra mondiale, posto sulla stessa linea di Cassino, bombardato dagli alleati e minato dai tedeschi alla loro fuga. Cominciamo a comprendere la caratteristica degli agglomerati urbani della zona, pressoché tutti arroccati su fianchi di montagne o colline, dall’impatto visivo affascinante, forse non molto significativi in termini artistici o monumentali ma dall’indiscutibile bellezza. Scendiamo a sud (e di quota) rientrando in Molise e deviamo sopra al lago di Castel San Vincenzo dentro alla riserva naturale Oasi delle Mainarde, con la strada teoricamente chiusa per caduta massi ma assai panoramica e con una fonte d’acqua freddissima quanto gustosa, soprattutto per il caldo. Deviazione non prevista: eravamo in realtà diretti verso Isernia ma ci ha incuriosito l’indicazione verso la zona dove avevamo cercato telefonicamente il primo campeggio. L’istinto si stava rimettendo in forma.

Rientriamo sulla strada veloce per Isernia tangendola dal basso quel tanto che basta da capire che merita una visita e ci dedichiamo a Fornelli, piccola roccaforte sempre assai ben piazzata panoramicamente. Ci insinuiamo nelle strette vie entro le mura, graziose e silenziose, fermandoci poi a dissetarci mentre nei tavoli a fianco si gioca assiduamente a carte, con contorno di pensionati disposti ad arena. Cominciamo a percepire alcune caratteristiche tipiche. I centri dei paesi sono vissuti, c’è scarsa componente turistica e la gente è presente, seduta per strada e nei bar in grande quantità e socialità. Come una volta, direbbe uno del nord, solo che sono soprattutto anziani. I centri storici sono semplici, ancora abitati, senza clamore, senza grandi punti di attrazione. Semplicemente, belli.

Rientriamo verso il campeggio e sulla sinistra, ancora, una bella e suggestiva chiazza grigia di edifici arroccati sul fianco ci impone la sosta. È Pesche, ennesima conferma, come lo sarà anche Carovilli, lasciata la quale saliamo di quota con alla nostra sinistra un panorama reso ancor più incantevole dalla luce delle sette di sera, con la ferrovia che gironzola tra le pieghe del panorama e ti chiedi quanto debba essere bello prendere una di quelle linee locali.

Rientriamo al campeggio con l’acqua della doccia regolarmente funzionante e con i ferragostani fuori raggio. Resta un solo DJ serale, devo dire anche abbastanza di buon gusto, tra Vinicio Capossela e i Chemical Brothers (e soprattutto con decibel morigerati).

Lunedì, Giorno 2. Molise selvaggio.

La prima tappa odierna è Pietrabbondante, paese adagiato su un colletto a collegare il fianco della montagna con uno sperone imponente, in posizione meravigliosa, da cui si gode un vasto panorama a 360°. Comincio a rendermi conto anche di dove è collocato il nostro campo base. Siamo in un bosco in prossimità della cima di una montagna, tra Vastogirardi e Capracotta, attorno ai mille metri di quota, in quella specie di limbo tra la vegetazione collinare e quella montana, con boschi misti tra foglie caduche (i cerri) e non, dalle cui strade si gode del panorama delle colline sottostanti oppure dei rilievi inferiori. C’è veramente poco: un agriturismo con allevamento di cavalli, un gruppo di case dalla tipica conformazione a incastro in fila, quasi ad illudersi di creare un paese, e poco altro se non l’essere attraversati da un tratturo, una delle antichissime vie d’erba battuta lungo le quali per millenni sino a un paio di secoli fa si spostavano le greggi seguendo l’andamento delle stagioni.

Scendendo da Pietrabbondante in direzione di Carovilli prendiamo una strada tortuosa dove non incontriamo letteralmente nessuno fino al paese, con la vegetazione che pare inghiottire la strada e dai cui solchi laterali spuntano arbusti. Al di fuori delle vie principali, le condizioni della pavimentazione impongono andature tranquille e occhi bene aperti. Se dài gas, o voli o vomiti. Troppi avallamenti improvvisi e profondi, gobbe, solchi, erosioni e buche, effetto della neve che d’inverno qui cade copiosa. Ci fermiamo sopra a un torrente lastricato di vegetazione verde. Siamo nella riserva naturale di Collemeluccio: tutto attorno non c’è nulla e mi viene da pensare che potrebbe essere un luogo ideale per isolarsi e riscoprire il lato selvaggio, stile Into The Wild (tenendo saggiamente una mappa). Raggiungiamo Roccasicura e poi Forlì di Sannio, sempre arroccati su fianchi o posizioni da dar spettacolo. Da qui acceleriamo sulla superstrada per raggiungere Isernia dove pranziamo a base di gustosissimo baccalà. Il centro storico, in bilico su una stretta lingua sporgente, conferma l’attitudine di questi luoghi. Non ci sono negozi turistici, fai fatica anche a trovare un ristorante o un qualsiasi esercizio. Sono centri storici semplicemente abitati, spesso composti da strette viuzze e vicoli come fessure, dove puoi sentire sciacquare i piatti e le stoviglie o il blaterare di un televisore, dove la gente siede fuori dall’uscio di casa o sulle numerose panchine ricavate sui muri perimetrali di piccole piazzette. La gente generalmente vive il paese, ti saluta quando passi. Centri, luoghi e genti semplici. Come le due donne anziane che tessono il tombolo, con le quali scambiamo quattro chiacchiere, con Ro che ricorda la gita delle superiori, quando di donne che tessevano erano assai più numerose. Ora, ci raccontano le due abilissime artigiane, tramandano solo a ragazze dell’est.

Torniamo in sella verso nordest, deviando in salita sulla bella vista di Bagnoli del Trigno e poi per Agnone, passando per la SP7. Qui non c’è letteralmente nessuno, la strada sembra fatta solo per noi, fermandoci spesso a gustarci la vista. Le colline non sono più tanto fitte e strette, aprendo il panorama che sul fianco del viadotto di accesso ad Agnone diventa un costone alto e morbido, con piccoli gruppi di caseggiati a ricordare un presepe, in cima al quale domina Capracotta. Siamo sempre lì tutto sommato, a poca distanza dal nostro campo base ma non è proprio tutto uguale.

Agnone conferma la composizione dei centri storici. C’è qualche turista ma per il resto la maggioranza della popolazione è anziana. “Quest’anno niente rientro al paesello dei tanti emigrati all’estero, ed è un gran bel danno.” Ci dice Gianluca “Chiaucese”, preziosa conoscenza dei bei tempi di Anima Guzzista, che ben conosce la realtà molisana (non solo perché è la sua terra d’origine), con cui riusciamo ad incontrarci passando la serata piacevolmente insieme.

Fine prima parte.