Tutto si compensa, è nella mia filosofia: ad un più, corrisponde un meno e quel giorno ne ebbi l’ennesima conferma.

Konye-Urgench, Turkmenistan.

Me ne stavo andando dopo una mattinata trascorsa con pienezza. Di primo mattino avevo parcheggiato la guzzona, a pieno carico, sotto la tettoia d’entrata di una abitazione, con il consenso di tutta la famiglia in consesso all’ombra di quel riparo. La padrona, gentilmente, s’era pure offerta di fare la guardia al bolide, invitandomi ad allontanarmi tranquillo per tutto il tempo necessario. La città era in fermento, un peccato andarsene subito. C’era mercato, l’essenza della vita in Asia, specialmente nei paesi di religione musulmana. Mi ero immerso di slancio in quella folla ondivaga come un banco di aringhe. I profumi, i colori, le donne, i tappeti meravigliosi buttati a terra come stracci o appesi a dei cavi lunghissimi, i prodotti di campagna, i pezzi di ricambio alla rinfusa sui marciapiedi, gli attrezzi più disparati in mostra o accatastati gli uni sugli altri, i chioschi, le bancarelle e infine, la calma, la rilassatezza nel quasi silenzio, nonostante nuvole di persone in movimento nella polvere, mi avevano incantato. Ero affascinato e stordito, perso nell’osservazione di quell’umanità irrequieta, semplice, misurata, docile. Sorrisi, tanti sorrisi al mio indirizzo, perché straniero, mentre passeggiavo in cerca di oggetti caratteristici o particolari.

A metà mattinata avevo già fatto incetta di prodotti artigianali in stoffa per limitare il carico sulla mia guzzona già a quel punto ai limiti del sopportabile. D’altra parte il viaggio s’era snodato fra Turchia, Siria, Giordania, Iran nazioni in cui i bazar sono così invitanti da non lasciarti scampo. Ti costringono all’acquisto di souvenir di quei luoghi, di quelle popolazioni, che non sono tali, ma prodotti di uso comune di cui ammiri il fascino e la particolare bellezza. In Iran ero stato costretto a spedire un pacco di materiale a casa, fra cui un paio di Kilim, perché già in sovraccarico. In viaggio, piuttosto di rinunciare a qualche oggetto di cui rimango folgorato, salto i pasti, o dormo nei tuguri. È chiaro perché ad ogni mio ritorno il conto in banca piange e perdo solitamente dai cinque ai sette chili! Dispiaciuto nel lasciare quel crogiuolo di varia umanità – il visto mi scadeva proprio quel giorno – mi incamminai verso la casa dove avevo lasciato la moto. Giunto sul posto la sorpresa fu grande. Ad accogliermi fu la padrona di casa che non volle lasciarmi andare e mi invitò ad entrare nella sua apparente modesta abitazione. Accettai per cortesia, ma mai mi sarei immaginato che la signora mi avesse preparato una colazione da nababbo, in un ambiente molto elegante e raffinato. Potevo scegliere fra caffè, the, latte, succo di frutta, miele, marmellata, dolcetti e infine mi mise a disposizione anche della frutta. Mi accucciai sul pavimento di tappeti, incrociai le gambe, posi le chiappe su due cuscini e consumai l’inverosimile, sollecitato dalla donna che non voleva sentir ragioni e continuava a rimpinzarmi con ogni ben di Dio. Ne uscii satollo. Non sapevo come ringraziarla, come sdebitarmi per quell’accoglienza sorprendente. Si offese quando solo accennai ad aprire la borsa sul serbatoio dove tenevo un fazzoletto di mia madre come portafortuna e un foulard di rincalzo in caso di bisogno. Avevo in mente di regalarglielo, ma non ci fu verso. Così ci salutammo quasi con un bisticcio.

Konye-Urgench dista appena una quindicina di chilometri dal confine con l’Uzbekistan.

Ci volevo arrivare prima della pausa pranzo e così mi affrettai sulla strada che dalla città turkmena porta a Nukus oltreconfine. Quel territorio ai margini mi apparve desolato e desolante. Cespugli e pietrame, deserto anomalo, un calore soffocante. Sudavo come una fontana all’interno del mio giubbotto, nonostante avessi aperto tutte le ventilazioni. Faceva caldo, un caldo infernale, avevo sete, molta sete. All’arrivo alla dogana Turkmena fui accolto con molta cortesia, il controllo fu rapido, la consegna del passaporto col timbro di rito quasi immediato e così non ebbi neppure il tempo di scendere dalla moto per bere che fui invitato a proseguire verso il secondo controllo, quello dei bagagli. Dopo aver visionato il passaporto e data un’occhiata al contenuto della borsa da serbatoio, i due gendarmi alzarono la sbarra e mi lasciarono proseguire senza ulteriori controlli. Mi salutarono calorosamente con un “ciao Italia mafia” e in russo mi augurarono buon viaggio. Entrai nella terra di nessuno con due sensazioni contrastanti. Dispiacere per aver lasciato una nazione dove a una dittatura opprimente, faceva da contraltare una popolazione speciale; grande curiosità per l’Uzbekistan, uno Stato custode di storia millenaria e città fantastiche. Mi allontanavo da persone gentili, disinteressate, calme, amichevoli, estremamente generose, nella speranza di trovarne di altre con le stesse caratteristiche.

Ripercorsi a ritroso i quattro giorni vissuti fra quella gente e non trovai un episodio che ne potesse alterare il giudizio. Non potevo dimenticare la notte in cui arrivai in un bar-ristorante in pieno deserto del Karakum. Il locale aveva un paio di camere ma era al completo. Il proprietario dopo aver riacceso la cucina solo per me e per un camionista ritardatario, senza farcelo pesare, ci cucinò un paio di giganteschi pilmini (ravioloni ripieni di carne e cipolla) a testa, con estrema sollecitudine. Bevve al nostro tavolo e ci offerse un torcibudella dal nome impronunciabile arrotondando il conto per difetto al momento del pagamento. Quando l’autista ebbe lasciato il locale, senza la minima incertezza, tolse da una piccola sala da pranzo tavoli e sedie e me la mise a disposizione per la notte, lasciandomi solo all’interno del locale, con la raccomandazione di non farmi scrupoli se avevo sete o fame, di servirmi senza remore. Come poi potevo dimenticare il giovane che nel momento in cui mi vide fermo sul ciglio della strada ad armeggiare con la bobina della guzzona completamente liquefatta dal calore, senza esitazione mi caricò in macchina e mi portò al bazar dove scovò una bobina di Lada con l’identico attacco dell’originale e me la montò riuscendo nel miracolo di inserirla nello spazio occupato dalla mia, nettamente inferiore come dimensioni. Un mago. Riuscì perfino a procurarmi un alloggio economico da un affittacamere suo amico. All’occorrenza mi avrebbe fornito anche due dame di compagnia se ne avessi manifestato il desiderio o la necessità. Declinai l’invito e ci rimase male. Certamente era nelle sue intenzioni dare un aiuto anche a delle amiche, a cui avrebbe fatto comodo qualche Manat (la moneta locale) in più per arrotondare. Avanzai come scuse la stanchezza, e non mentivo, e una situazione finanziaria al limite, ed era falso. I Manat c’erano, ma li volevo destinare agli acquisti di rito, ormai consuetudine nei miei viaggi in paesi esotici.

Con questi piacevoli pensieri mi facevo strada fra le pietraie bruciate dal sole e mi apprestavo a raggiungere il passaggio di frontiera uzbeka nella calura e in preda a una sete mostruosa.

Ad accogliermi furono sei militari di leva intenti a scavare dei corridoi profondi per la posa di tubazioni, a ridosso del fabbricato adibito agli uffici di dogana. Sudati e incuriositi dal rombo del motore mi salutarono con enfasi ed allegria, accompagnandomi con lo sguardo finché non scomparvi dietro l’angolo della costruzione. Parcheggiai la moto accanto allo sportello per il controllo dei documenti, scesi e tolsi in fretta e furia casco, giubbotto e slacciai i pantaloni della tuta per dare aria alle parti nobili. Ero fradicio, un puzzone, e sudavo, sudavo, uno sversamento biblico. Un paio di militari addetti allo scavo, incuriositi dalla guzzona, si avvicinarono. L’ufficio della dogana era deserto e così approfittai per chiedere loro “Voda, voda” col gesto tipico russo del battito in sequenza di indice e medio sul lato del collo. Sparirono per ritornare con un secchio in metallo riempito a metà con dell’acqua dalle sfumature verdastre nella sua trasparenza e un coppo minuscolo. Li guardai dubbioso e chiesi a gesti se non ci fosse di meglio o della minerale in bottiglia. Sconsolati, con gesti eloquenti, mi fecero segno che era tutto quello che avevano a disposizione. Gli scavi nei quali erano occupati avevano, appunto, come scopo la posa delle tubazioni per l’acqua corrente, mi spiegarono. La sete era troppa, bevvi, nonostante quel liquido fosse all’apparenza habitat naturale per dei girini piuttosto che acqua potabile, ma era fresca e questo mi rincuorò. I ragazzi mi spiegarono che il pozzo era lì a due passi ed era stata appena raccolta. Mi dissetai pensando alle probabilità di sopravvivenza e mi consolai pensando a quei giovani sopravvissuti come mie cavie immaginarie. Chiesi la ragione dell’assenza di addetti all’interno dell’ufficio e loro con fatalismo, rammaricati, mi fecero capire che le cose andavano così da quelle parti. I ragazzi se ne tornarono al lavoro ed io attesi qualche minuto, poi innervosito, mi avvicinai alla porta d’ingresso dello stabile in faccia all’ufficio della dogana, con l’intenzione di entrarci e chiedere lumi. Fu in quel preciso istante che dalla porta sbucò un uomo sulla cinquantina, l’aria del funzionario, con cravatta slacciata e camicia completamente aperta. Senza nemmeno degnarmi di uno sguardo entrò nell’ufficio della dogana, si sedette e cominciò ad arrotolarsi una sigaretta. Mi avvicinai al banco esterno con la vetrata che lasciava circa dieci centimetri d’altezza per il passaggio dei documenti, salutai, senza avere risposta e posi all’interno il passaporto. L’uomo lo prese con la mano libera e lo pose da parte. Pensai che avesse delle incombenze pregresse, invece con noncuranza accese il video del computer e tranquillamente si mise a fumare senza nemmeno sfiorare la tastiera. Avevo già i nervi a fior di pelle per la calura, ma questa ostentata calma, che nascondeva arroganza, mi fece imbestialire, ma mi trattenni. Attesi. Attesi un tempo infinito, il tempo necessario per fumare una sigaretta, spegnerla nel posacenere, posare il cappello da generale nel ripostiglio, riprendere in mano il passaporto, guardarmi di sottecchi, confrontarmi con la foto, biascicare “sergi-o fresci” e chiedermi “italianski?”. La mia mente si adoperò in quell’attimo nel ripasso di numerosi, nomi, pronomi, aggettivi coniugati con Dio, ma la mia bocca si limitò a dire in friulano:

“no lu vioditu dal pasepuart, interdet!” (non lo vedi dal passaporto interdetto!) con una bestemmia a dare il giusto peso alla mia affermazione.

Egli senza nessuna fretta scartabellò il passaporto soffermandosi di volta in volta sui vari visti e trovato quello uzbeko, stirò il passaporto e picchiettando con il solo indice inserì i dati. Alla fine dell’operazione, pose da parte il passaporto e trasse un foglio con uno stampato, se lo rigirò fra le mani e dopo un tempo biblico mi chiese il Carnet de Passage e i documenti della moto. I documenti ce li avevo in mano. Glieli consegnai e mi diressi verso la moto imprecando e mandandolo a quel paese ripetutamente, ma senza alzare la voce, in soliloquio. Recuperai dalla borsa da serbatoio il prezioso documento lo posi all’interno della fessura sopra il banco e rimasi in attesa. Per compilare lo stampato e inserire i dati ci vollero almeno altri dieci minuti. La marca Seimm Moto Guzzi, il chassis, il numero di targa, il modello… No Honda?… No! Moto Guzzi! Ribadivo… No, Seimm Moto Guzzi? (Devo dire che onestamente i libretti italiani sono di difficile interpretazione e il mio portava effettivamente questa dicitura) No! M-o-t-o G-u-z-z.i, scandivo, T5!… Non capiva una minchia! O faceva finta di non capire? Il dubbio mi era venuto istantaneo e non persi tempo nel manifestarglielo, sempre in friulano, per non smentirmi, accompagnando il tutto con una botta di bestemmie dette a mezza voce. Ero già alterato, e non poco! Alla fine della manfrina con tutta la flemma possibile, mi consegnò il Carnet, lo stampato, il passaporto e mi sottolineò una cifra in dollari da pagare in banca. “Assurans motorcycli e ospital” mi disse. Bestemmiando gli feci presente che avevo l’assicurazione medica, era fra i documenti della moto, doveva averla vista e quindi doveva rettificare la cifra. “No possibol” “nema!”, bisognava ricompilare lo stampato nuovamente, correttamente. Da homo sapiens mi trasformai in pentola bolens. Altri dieci minuti per la compilazione. Non stavo nella pelle, ero insofferente: il caldo e quell’impiastro mi avevano devastato. Mi riconsegnò tutti i documenti e il passaporto con malagrazia naturale raccomandandomi di ritornare da lui con tutti i documenti dopo il pagamento e infine, mi indicò lo stabile dove intendevo entrare in precedenza e da dove lui ne era uscito, come la sede della banca.

Varcata la soglia massiccia, mi trovai in un atrio in stile russo, privo di tutto. C’erano solo due porte laterali e una che metteva in comunicazione un corto corridoio, le pareti completamente spoglie, nessuna indicazione. Diedi un’occhiata attraverso le vetrate di quella di sinistra e notai dei lunghi banconi posti su due file in uno stanzone enorme e delle donne in divisa inoperose. Per esclusione varcai la seconda e mi trovai di fronte ad un ufficio minuscolo simile ad un confessionale. Intuii che quella che il doganiere aveva chiamato banca, in realtà non era altro che un cambiavalute con funzioni di ufficio riscossioni dello stato uzbeko. La riprova mi venne data una decina di minuti dopo. Esasperato dall’assenza dell’addetto, imprecando contro il mondo ne ero andato alla ricerca senza successo, finché, forse sollecitato dalla presenza di un viaggiatore russo con le mie stesse esigenze, si era fatto vivo sbucando dalla porta principale. Credo che la sua comparsa fosse dovuta ad un suo collega lì nei pressi, irritato dalla nostra presenza e disturbato nel suo dolce far niente. Lo aveva richiamato alle sue funzioni, interrompendo un colloquio con dei poliziotti su di una panchina all’ombra nel piazzale. Dopo aver preso posizione in quel ufficio formato mignon, accesa una piccola calcolatrice, raccolse il documento con indicata la cifra in dollari e confrontò i dati con quelli del mio passaporto. Gli porsi una banconota da cinquanta euro. Mi guardò stranito e muovendo simultaneamente testa e mano destra mi fece capire che non li accettava. Allora messa da parte la banconota da cinquanta, gli presentai una banconota da venti euro ed una da dieci. “No change!” si affrettò a dire,

“No euro, only dollars.”

Gli feci presente che era una banca e che in ogni nazione visitata gli euro erano bene accetti, anzi venivano spesso preferiti ai dollari, perché più stabili e di maggior valore. “No, no!” piagnucolò, “Only dollars, no euro!” Allora cominciai ad andare in escandescenze, lo maltrattai, duramente, facendo presente che non potevo sapere di dover pagare in dollari. Alla fine lo minacciai, “Doveva risolvermi il problema.” gli dissi “Non potevo mica rimanere fermo in confine perché una banca non poteva assolvere alla transazione di moneta straniera”, gli urlai, in friulano naturalmente, con una valanga di bestemmie al seguito. “Come potevo recuperare dollari e dove, se non me li forniva una banca di frontiera?” Conclusi. Lui comprese dai miei gesti più che dalle parole e con calma olimpica, ebbe la sfrontatezza di dirmi: “You can return in Turkmenistan and change.” “E el Visa! El Visa!” Gli urlai in faccia. “It’s a your problem not my!”… Rischiò la vita. Fortunatamente il russo che aveva assistito intimorito alla scena e aveva compreso il mio stato d’animo e le mie difficoltà, nonostante soffrisse un po’ la mia animosità, rammaricato per l’ottusità del funzionario uzbeko, con gentilezza venne in mio soccorso. Pagò l’assicurazione della sua auto con una banconota da cento dollari e pretese il resto in dollari e non in Sum (la moneta uzbeka), mi cambiò i trenta euro e così mi tolsi dall’impaccio. Ringraziai calorosamente il mio salvatore e dopo aver atteso che i documenti mi venissero resi, me ne uscii mandando ripetutamente a quel paese quel pseudo bancario.

Salutai di nuovo il russo con un inchino mentre si portava avanti con la macchina all’altezza dell’area adibita a controllo bagagli e mi apprestai nuovamente al banco esterno dell’ufficio di frontiera. L’uomo si stava godendo un film umoristico trasmesso dalla piccola televisione cinese posta all’angolo buio della scrivania, lo intuivo dalle risate a comando provenienti dalla Tv. Posi i documenti facendoli scivolare attraverso la larga fessura fra il cristallo trasparente e il banco e attesi. Ero ancora imbestialito, fremevo, ma m’imposi di non proferir parola e mantenermi calmo e distaccato. Pativo però. Pativo l’insolenza, lo sberleffo di quell’uomo che non si curava minimamente dei miei documenti e neppure della mia presenza. Due dei militari giovani addetti allo scavo avevano fatto capolino all’angolo dello stabile e incrociando il mio sguardo, mi avevano fatto un gesto di solidarietà e di disprezzo nei riguardi del doganiere. Risposi con un sorriso amaro dimenando il capo in segno di disgusto e frustrazione. Trascorse del tempo ma i documenti rimasero al loro posto nell’indifferenza del soggetto ed allora sbottai. Sollecitai a male parole, sempre in friulano come mia abitudine, l’addetto, che si volse verso di me come avesse visto un Ufo, fece un mezzo sorriso infarcito d’arroganza e continuando imperterrito nella visione del film, raccolse con la mano sinistra gli incartamenti e se li portò all’altezza della tastiera. Rimase calmo in visione della scena di suo interesse alla tv, finché, con estremo fastidio, si prese la briga di immettere i dati del pagamento in computer e apporre il timbro di entrata sul Carnet de passage. Quindi prese a due mani il passaporto e ne ripercorse ad una ad una tutte le pagine. Dopo attento controllo della data sul timbro a castello lo posizionò perfettamente in quadro su una pagina libera e con un colpo secco appose il timbro, Fremevo dal desiderio di rientrare in possesso dei documenti per potermene andare e lui lo sapeva. Me li allungò tutti perché li potessi raccogliere, ma il passaporto lo mise di lato un po’ discosto. Presi tutti i documenti, li stivai ai loro soliti posti e completata l’operazione chiesi che mi venisse avvicinato il passaporto affinché potessi prenderlo.

“Five dollars.”

Disse con tranquillità olimpica, guardandosi le unghie della mano sinistra, senza neppure degnarmi di uno sguardo. “Ce robe?” (Cosa?) “Five dollars.” Ribadì l’uomo. “Why?” Chiesi inferocito. Non rispose, fece una smorfia muovendo il mento in direzione del passaporto, vi pose lo sguardo distrattamente ed infine rivolse i suoi occhi verso di me, sfidandomi. Lo incenerii e cominciai ad urlare, ad offenderlo, a mandarlo a quel paese, a deriderlo. Mentre mi sfogavo compiutamente con una sequela improponibile di epiteti, improperi, sberleffi, minacce, il tutto infarcito da bestemmie da girone infernale dedicato, i sei militari attratti dalle mie urla scomposte, si erano portati dietro l’angolo del caseggiato, e con ampi gesti di approvazione, mi spingevano a rincarare la dose a non mollare la presa. Erano con me e mi caricavano. Ma l’uomo all’interno non reagiva, ogniqualvolta mi prendevo una piccola pausa e gli indicavo il passaporto perché mi venisse reso con gesti perentori della mano, il disco ripeteva incessantemente “Five dollars.” Direte voi, per cinque dollari tutto quel trambusto, quella rabbia, quel livore. Vi rispondo subito che non glieli avrei dati neppure davanti a un plotone d’esecuzione. E li avevo, ben s’intende, giusti cinque, il resto più qualche spicciolo della tariffa dell’assicurazione appena pagata, ma non avrei sborsato un centesimo a quel buffone, arrogante e meschino. Vista la sua intransigenza, tentai la mia ultima carta con un’azione a sorpresa. Infilai improvvisamente il mio braccio fra il vetro e il banco fin alla scrivania e raggiunsi il passaporto, ma il doganiere riuscì a togliermelo da sotto i polpastrelli appena in tempo. La rabbia mi spinse ad allungarmi ancora di più e per poco non mi riuscì di raggiungere la cravatta; se gliela avessi presa, l’avrei strozzato! Ma non mi fu possibile, troppo distante. Arretrai dolorante: il braccio tumefatto e pieno di lividi, la spalla scorticata dal furore di arrivare alla cravatta. Allora mi arresi, cambiai repentinamente atteggiamento, strategia, il nichilismo mi venne in soccorso. A braccia conserte, in gesto di sfida mi posizionai di fronte a lui, impassibile, un gandhiano, è lì sarei rimasto fino a notte, se necessario. Il vetro rifletteva il mio viso, una sfinge. Non ebbe nessuna reazione, impassibile mi lasciò fare, come se la cosa non lo riguardasse. Passai una decina di minuti in quella ridicola posizione deciso a continuare all’infinito. Arrivò un’auto e parcheggiò di lato alla guzzona. Ne scese un armadio uzbeko, l’aria di un pugile, o di un sollevatore pesi e si pose alle mie spalle, in attesa. Rimase lì per qualche tempo, poi mi sopravanzò di lato con il documento in mano chiedendo le ragioni di quell’impasse inspiegabile. Il doganiere balbettò qualcosa mentre io, aiutandomi col braccio sinistro, ma con decisione riportai alle mie spalle l’omone. Egli mi guardò interrogativo e sorpreso dal mio atteggiamento risoluto, arretrò. Nella sua lingua e a gesti mi chiese la ragione di quell’attesa insensata. Non parlai. Con teatralità indicai con l’indice teso ed il braccio oscillante il mio passaporto sulla scrivania di quell’impiastro e quindi con una torsione del braccio volsi l’indice in direzione del mio viso, dopo lo posai ripetutamente sulla mia tempia destra ed indicai ondeggiando il polso con l’indice ben teso, l’imbecille oltre il vetro dietro la scrivania. L’uomo comprese immediatamente la mia situazione, il ricatto di cui ero vittima.

Con voce baritonale e veemenza redarguì il doganiere, non lo offese, ma dai gesti e dai toni, intuii che lo stava ferendo nell’orgoglio di uzbeko.

Un torrente di parole investì il funzionario che rispose a tono ma senza arroganza, da pari a pari. Sentii la parola italianski ripetuta a più riprese da entrambi finché con gesto insofferente e di evidente disprezzo, il doganiere mi lanciò il passaporto, accompagnandolo con un “Italianski mafia!” che mi scivolò addosso come goccia di rugiada su una foglia di vite. Accompagnò quell’affermazione però con un “Bagage control.” minaccioso, indicando l’altro lato del piazzale. Di primo acchito non mi preoccupai granché di quell’invito, sapendo che per consuetudine i motociclisti, normalmente, subiscono dei controlli molto superficiali. Dopo aver ringraziato la montagna uzbeka per avermi tolto da quella situazione incresciosa, spinsi la guzzona verso il poliziotto addetto ai controlli. Mi salutò cordialmente, nonostante avesse assistito agli alterchi e affabile mi chiese i documenti della moto. Controllò il numero di telaio, il modello e quindi si spostò nella parte posteriore. Mentre stava confrontando il numero di targa con quello riportato sul libretto, ricomparve al suo fianco il doganiere col quale avevo avuto l’alterco. Li vidi confabulare e indicare apertamente la mia moto e i miei bagagli. Compresi immediatamente che buttava male. Il poliziotto con atteggiamento diametralmente opposto a quello precedente, mi ordinò con durezza di scaricare completamente la moto dei bagagli e portarli all’interno sui banconi per il controllo.

 

Dovetti smontare tutto, togliere tutte le cinghie di sicurezza, gli ancoraggi supplementari, un lavoro immane, nella calura. Grondavo. Portai all’interno nel grande stanzone, posando il tutto su di un bancone in metallo, tutta la mia mercanzia: la borsa da serbatoio, le due borse laterali, una borsa a cilindro, la tenda, il giubbotto e infine vollero perfino il casco, mi risparmiarono i due copertoni di riserva. Le bestemmie non si contavano, una liturgia. Dovetti togliere e distribuire sul bancone, personalmente, sotto l’occhio distratto di una poliziotta, tutti i contenuti di tutti i miei bagagli e quindi ricomporre il carico e ripristinare i bagagli sulla moto. Al mio giubbotto dovetti rivoltare tutte le tasche, pari a diciannove, distribuendo sul tavolone in metallo l’arsenale che mi portavo addosso, una marea di cose inutili. Ho la mania, purtroppo, di conservare tutto quello che fa parte della storia del viaggio e quindi mi ritrovo con una sfilza di oggetti, i più disparati, imboscati nelle tasche, senza contare gli scontrini… li conservo tutti. Lavorai in silenzio, con una rabbia in corpo inaudita. La esprimevo distribuendo sguardi pieni di odio, rancore, risentimento sui pochi che osavano avvicinarsi. Se ne stavano tutti alla larga, consci dell’oltraggio da me subito. Pensai che il doganiere chiuso nel suo piccolo ufficio fosse il solo a gongolare. Lo cercavo con gli occhi mentre trafficavo con i miei bagagli, per gettargli in faccia una valanga di offese, ma non si fece vedere. Si fecero avanti, invece, due dei giovani militari con il secchio e dell’acqua freschissima. Bevvi col coppo a più riprese e li ringraziai con un sorriso pieno, uno “Spasibo” ripetuto e due pacche sulle spalle.

L’acqua aveva il solito colore poco invitante, ma in quel momento avrei bevuto anche vernice.

Mi rivestii in fretta e messa in moto la guzzona, salutai con un paio di colpi di clacson i ragazzi e mi avviai verso l’ultimo controllo. I militari armati addetti alla verifica dei documenti, alzarono la sbarra e mi fecero andare senza chiedermi nulla, mi salutarono con simpatia e parvero coi loro occhi vivaci, chiedermi scusa per il trattamento subito. Me ne andai, leggero, quasi felice, nonostante l’agonia di quelle quattro ore trascorse a battagliare con la pressione alle stelle. Ma un altro tipo di pressione di lì a poche ore mi avrebbe incalzato e steso. L’acqua offertami con tanta premura e gentilezza dai giovani militari, non mi risparmiò: devastò completamente il mio intestino. Una diarrea immane mi colpì alle spalle lungo la strada che da Nukus portava a Qongirat e quindi a Moynaq. Fu una ecatombe, una tragedia: non per il dolore, peraltro sopportabile, non per gli spasmi, ma per la ricerca di un minimo di riparo da occhi indiscreti fra i bassi cespugli di quel territorio arido, ogniqualvolta fui oggetto di attacchi improvvisi, trattenendo a fatica gli stimoli impellenti. Digiunai per due giorni. Bevvi solo the e mi abbuffai di visioni apocalittiche di quei posti insani, della meraviglia di città eterne di quella nazione, della stupefacente accoglienza di quel popolo, di quella gente… e tutto passò.